Imparare a vivere su Marte

Nei primi anni della mia adolescenza ero piuttosto confusa. Il genere di confusione che hai quando vieni da un paesino di duemila anime e sei catapultato in città per fare il liceo. Adesso quella città mi sembra angusta e provinciale e non soddisfa la mia fame insaziabile di stimoli ma all’epoca mi sembrava tutto, era come ritornare a respirare e vedere la luce dopo anni di reclusione.
Al paesino esistevano solo due luoghi di ritrovo: la sala giochi e l’oratorio. Nell’immaginario collettivo la sala giochi era il luogo di perdizione e l’oratorio era il ritrovo dei bravi figli di famiglia. Io li ho frequentati entrambi e non ho trovato la mia dimensione in nessuno dei due: il ribellismo provinciale a base di birra, bestemmie e dance anni ’90 – gli Eiffel 65 e Gigi D’Agostino su tutti – non faceva per me ma nemmeno le discussioni sui valori e i karaoke con gli 883 facevano per me. Avrei rivalutato in chiave ironico-nostalgica sia la dance anni ’90 che gli 883 molti anni dopo, ma allora avevo bisogno di certezze, di qualcosa in cui riconoscermi sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista delle relazioni umane. Avrei rivalutato anni dopo anche i dischi dei miei – Ivan Graziani, Battisti, Battiato, De Andrè, il jazz, Pino Daniele, Dalla – ma a tredici anni ero in piena fase di rottura e contestazione dell’autorità genitoriale e la roba che ascoltavano mi sembrava indistamente roba vecchia e noiosa e nient’altro. L’unica consapevolezza che avevo conquistato grazie a tutte quelle esperienze era relativa all’ipocrisia dell’immaginario collettivo del paesello e della divisione tra bravi ragazzi e cattivi ragazzi: ho bevuto le prime birre in sala giochi e ho fumato le prime canne all’oratorio. Parità, palla al centro.
Quanto a relazioni umane, non ricordo con particolare affetto o nostalgia nessuna delle persone con cui uscivo all’epoca. Sognavo amicizie simbiotiche, qualcuno con cui parlare dei libri che leggevo, qualcuno con cui poter vedere film e fare piani avventurosi e invece mi adattavo ai karaoke con gli 883 e alla dance anni ’90 per non restare sola. Provai addirittura a frequentare un corso di ballo latinoamericano per integrarmi, per diventare un po’ più simile alle persone che l’angustia del paesello mi costringeva a frequentare e non sentirmi più fuori luogo e sola. Naturalmente smisi dopo tre mesi: ero negata, non riuscivo a seguire i passi, avevo continuamente la testa altrove. Fanculo l’integrazione. Oggi probabilmente sono diventata più aperta nei confronti delle persone diverse da me, quelle che non hanno i miei stessi gusti, quelle che dividono il mondo in bravi ragazzi e cattivi ragazzi e quelle che dovunque siano nate hanno l’angustia da paesello permanente in testa, ma all’epoca non ci riuscivo: paradossalmente per imparare a stare bene dovunque si deve prima trovare un posto da chiamare casa e per stare bene nei panni di chiunque si devono prima trovare i propri. Ci si deve costruire un’identità per riuscire a distruggere il concetto di identità. E all’epoca l’identità non ce l’avevo ancora. 

Per tutti questi motivi iniziare il liceo fu come riprendere a respirare, ma ritrovarsi con tutto quell’ossigeno dopo anni di apnea mi mandò inevitabilmente in confusione: le persone che consideravo fighe, quelle di cui volevo terribilmente diventare amica, avevano uno stile a metà strada tra lo skate punk californiano e il grunge e ascoltavano cose come i NOFX e roba imprescindibile nella formazione dei giovani italoalternativi di quegli anni come i Punkreas, gli Shandon, gli Ska-P, le Bambole di Pezza e altra roba da Heavy Rotation su RockTV. Iniziai ad ascoltarli anche io, mi tinsi i capelli di rosa e iniziai ad indossare borchie e magliette con su scritto “LIVE FAST DIE YOUNG”. Non mi sentivo a mio agio, non mi piaceva tutta quella roba e non mi piacevo io, ma tentavo continuamente di autoconvincermi che mi piacesse perchè l’idea di macchiarmi dell’onta di essere una poser mi terrorizzava. Quelli su cui volevo fare colpo continuavano a guardarmi dall’alto in basso, io continuavo a sentirmi sola e fuori luogo nei miei stessi panni e gli anni dei NOFX furono una versione prolungata del corso di latinoamericano.

Avevo sedici anni quando cambiò tutto e quando iniziai a costruire la persona che sono adesso. Scoprii David Bowie per caso: all’epoca avevo mutuato da mia cugina più grande una vaga e temporanea passione per i Placebo e si dà il caso che questo signore di mezza età duettasse con Molko in Without You I’m Nothing. Ho cercato di capire chi fosse, lo ho scoperto e lo ho amato visceralmente anche se probabimente all’epoca non mi rendevo conto di quanto quella scoperta fosse life-defining, di quanto fosse importante, di quanto fosse potente. David Bowie mi ha dato un’identità insegnandomi che l’identità è un concetto mutevole, mi ha insegnato a vivere su Marte restando sulla terra, mi ha insegnato che si può trasformare il sentirsi costantemente fuoriluogo in qualcosa di meraviglioso. Dopo di lui e grazie a lui ho scoperto Nick Cave, Pj Harvey e Iggy Pop, ho scoperto i Bauhaus, ho scoperto i Joy Division grazie a Warzsawa, ho scoperto gli Smiths, ho scoperto che va bene anche quando non si hanno gli stessi gusti o quando i gusti cambiano nel tempo, ho scoperto il valore della differenza e della trasformazione, il potere dei margini, del continuo reinventarsi. Ho scoperto – oggi – che anche dalla sofferenza fisica, quella che arriva ad ucciderti, si può tirare fuori qualcosa di meraviglioso, qualcosa di bello come Blackstar. E continuerò a scoprire un sacco di cose, con Bowie come colonna sonora costante.

Grazie, DB, per avermi insegnato a vivere su Marte.

The eternal darkness of the fucked-up mind

So che l’ultima volta avevo promesso che avrei aggiornato il blog in maniera regolare e so che poi non l’ho fatto, come tutte le altre volte in cui l’avevo promesso. Provo a raccontare perchè e a spiegarvi cosa mi è passato per la testa in tutto questo tempo, non per annoiarvi con i so-called cazzi miei neanche fossimo in un blog di msn dei primi anni ’00, quelli pieni di foto brutte e roba scritta in Comic Sans fuxia, quanto piuttosto per dare valore e mettere in pratica le cose che dico da più di tre anni sulla condivisione dell’autonarrazione come forma di resistenza, che la me stessa di allora era più saggia della me stessa di adesso e quindi forse è meglio starla a sentire.

La verità è che nel videogioco del mio cervello è arrivato il momento di affrontare il BigBoss, il mostro più cattivo di tutti: la depressione. Dire che la ho combattuta sarebbe una stronzata bella e buona, sarebbe ingannare me e voi, perchè combattere è un’altra cosa. Diciamo che sono rimasta inerme a soccombere agli eventi e a piangermi addosso per mesi senza riuscire a reagire, col risultato di sembrare e sentirmi più patetica di Sansa Stark in Game of Thrones prima che [spoiler] riuscisse a scappare via con Theon (e Sansa Stark è un personaggio che mi fa davvero schifo, per inciso). E soprattutto, col risultato di far arrabbiare terribilmente la me di qualche anno fa, quella che parlava di resistenza, quella forte, quella che nonostante tutti i problemi con il suo corpo era assolutamente sicura del suo cervello e del modo in cui il suo cervello si relazionava ai cervelli altrui, compresi cervelli molto interessanti.

Per un po’ ho provato a conviverci, ad accettare il fatto che il disagio fosse semplicemente un aspetto della mia vita, ma funziona un po’ come quando per fare il democratico ti ritrovi a dover accettare che i fascisti abbiano diritto di parola e poi succede che i fascisti prendono piede e tu hai sempre meno spazio e sempre più paura. La weirdness e la tristezza temporanea sono meravigliose ma la depressione è un’altra cosa, è un regime totalitario umorale che non lascia spazio a nient’altro. Ti fa credere di essere spiacevole, noioso, detestabile, sciocco, insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini, e ti convinci così tanto che le cose che pensi su di te siano una verità assoluta che inizi a credere che anche gli altri debbano necessariamente vederti nel modo in cui ti vedi tu e che quando ti dicono il contrario stiano mentendo solo per essere diplomatici e che vogliano passare del tempo a parlare con te solo perchè gli fai terribilmente pena e sei diventato la loro buona azione periodica. Inizi ad allontanarti da tutti in modo più o meno brusco e l’alienazione ti fa sentire ancora più spiacevole, noioso, detestabile, sciocco insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini.

La cosa peggiore è che quando trovi qualcuno così paziente da riuscire a starti ancora dietro non fai che parlargli di quanto stai male, da bravo stronzo egocentrico. Non ti importa dei problemi del qualcuno in questione, i tuoi saranno sempre peggiori. Gli racconti quanto stai male non per condividere ma per autocommiserarti, per sentirti dire che non sei una persona orribile, che quello che pensi non è vero eccetera eccetera salvo poi pensare che qualunque cosa ti venga detta è falsa, pietistica. Rovini tutto, rovini tutti e ti odi per questo, ti odi ancora di più.

Provi a ripeterti che ehi, è una cosa che condividi con un sacco di personaggi dei tuoi film e serie tv preferiti e poi ci sono Ian Curtis, David Foster Wallace, Elliot Smith e Sylvia Plath, per citarne solo quattro a caso. Con Wallace in particolare senti di condividere alcuni processi mentali: alcune circonvoluzioni dei tuoi pensieri ti sembrano avere lo stesso meccanismo delle note e delle sottonote di Infinite Jest. Te lo ripeti per darti forza. Ti dici che se il disagio che vivi fa venire fuori cose come Unknown Pleasures o Infinite Jest e se ci fanno dei film belli come Fuoco Fatuo di Malle e lo appioppano a personaggi qua e là magari anche tu puoi riuscire a sfruttare questo stare così male per sembrare una persona interessante e profonda, perchè pensi alle cose così tanto che hai iniziato a pensare pure un sacco di cose irrazionali e a queste cose irrazionali ti ci aggrappi, quando pensi che possano servire a farti sentire meglio. Peccato che quando poi ti rendi conto che le cose a cui ti eri aggrappato erano irrazionali finisci per stare peggio.

Non scrivi perchè quello che scrivi ti fa schifo, ti sembra terribile, patetico. Al massimo scrivi di cose che non riguardano te, nei periodi in cui stai un po’ meglio, provi a rendere la tua iperanaliticità un punto di forza ma non ci metti niente di veramente tuo in quella roba, e in ogni caso la rileggi a due giorni di distanza dalla pubblicazione e ti fa già schifo.

Come se ne esce? Non ne ho la minima idea, non so nemmeno se sia possibile uscirne e per quanto possa sembrare spaventoso da un lato e patetico dall’altro a salvarmi più volte dall’optare per una soluzione definitiva non è mai stata la voglia di vivere, quanto piuttosto la paura di morire. Ho deciso, però, di provare a lottare e di provare a collettivizzare la lotta, a trasformarla in una lotta politica. Deleuze diceva che «Ciò che implica tristezza, esprime un tiranno» e aveva ragione, vale anche per il totalitarismo psichico della depressione. Ancora una volta l’autonarrazione, la condivisione consapevole e non autocommiserativa farà resistenza. 

Giulia, l’amore e le rivolte

*Avevo scritto questa cosa per un concorso. Non la ho mai inviata, perchè quando la ho riletta subito dopo averla scritta mi faceva schifo, mi sembrava brutta, banale e priva di senso. Ora la ho ritrovata, la ho riletta e mi è sembrata meglio di come mi era sembrata allora, forse perchè non scrivo da troppo tempo. Ve la beccate qui.

(photo credits: lasemiretta.blogspot.com)

Giulia si è innamorata del concetto di rivolta a quindici anni, quando tutto era meraviglioso e pieno di possibilità e le occupazioni dei licei sembravano il preludio ad un mondo nuovo, ad un’utopia possibile, al trionfo della bellezza e della poesia sulla rovina e sul disagio. Più tardi, a diciotto anni, ha abbandonato la monomania e si è data al poliamore concettuale: si è innamorata anche del concetto di mitopoiesi, iniziando a dedicarsi anima e corpo alla costruzione e decostruzione di narrazioni e simbologie. La fase costruttiva di una relazione, quella piena di sogni, progetti per il futuro ed autoproiezioni di sé stessi e dell’oggetto d’amore in una felicità bidimensionale à la Walt Disney Original Movie, non è propria solo dell’amore tra esseri simili, tra due o più individui e i loro corpi, e Giulia, la rivolta e la mitopoiesi ne erano la prova tangibile. Ogni storia d’amore ha una colonna sonora, anche quelle brutte, anche quelle brevi, anche quelle che esistono solo in potenza, nell’immaginazione di uno degli amanti. Giulia e la rivolta hanno una colonna sonora costituita dalla continua reiterazione di un’unica canzone. Non è una di quelle scontate, non è il combat hip hop, il rap da sommossa che non le è mai piaciuto. Giulia ama, e quindi ha scelto una canzone d’amore. Oltretutto c’è un pezzo della canzone che ha scelto che dice «Io amo lei, non la realtà che le sta intorno», e le sembra un meraviglioso protomanifesto politico condensato in dieci parole, oltre che un mantra perfetto per superare i periodi di crisi relazionale, gli abbattimenti, i fallimenti, le rovine e le perdite d’entusiasmo che in effetti, da quando la storia è iniziata, sono stati piuttosto numerosi. Prima ci sono state le narrazioni tossiche, quelle sulle divisioni arbitrarie e sui giudizi di merito, sulle rivolte non violente che vanno bene, e quelle violente che invece vanno male e sono da punire, condannare, mettere in catene, in carcere, manganellare, stordire di lacrimogeni e uccidere, che hanno avuto lo stesso effetto che illazioni su tradimenti mai avvenuti avrebbero su una relazione tra individui, corpi umani, ma Giulia nonostante tutto ha continuato a cercare in sé stessa la forza, il coraggio e l’entusiasmo per percorrere qualsiasi spazio di lotta e d’amore le si presentasse di fronte, con la solita canzone sparata a palla dalle cuffie. Poi ci sono state le disillusioni, i fallimenti, le fragilità, i momenti in cui il terrore che l’utopia restasse sempre e solo utopia conquistava e bloccava, i sensi di colpa, i compagni che le dicevano che i sensi di colpa appartengono sono un retaggio da morale cattolico-borghese e quindi non sono adatti per la rivoluzione, i sensi di colpa per i sensi di colpa, la consapevolezza che le occupazioni dei licei non erano abbastanza. C’è stata la precarietà che contamina e schiaccia ogni relazione sottraendo tempo ed energia agli amori tra individui e a quelli tra individui ed idee più o meno astratte ed è strano, paradossale e controverso, perchè la lotta alla precarietà è una delle basi della relazione tra Giulia e la rivolta ma spesso è una lotta perdente e i bisogni insoddisfatti restano sempre di più di quelli realizzati. Da ragazzina credeva che le lotte fossero fatte di resistenze, adesso ha trent’anni sa perfettamente che si tratta di una canzone di resilienza. Rialzarsi quando si cade, rinconciliarsi con la rivolta nei momenti di buio. Con la stessa canzone d’amore sparata al massimo volume dalle cuffie. Io amo lei, non la realtà che le sta intorno

Marta, Carlo e il reddito di base

– Una spiegazione “narrativa”, liberamente tratta da una storia vera, del perchè, secondo me, contro la violenza sulle donne e il femminicidio non servono campagne mediatiche e disegni di legge ma, piuttosto, il reddito di base, e del perchè anche questa lotta si connette a tutte le altre. Questa storia è opinabile da molti punti di vista e me ne rendo conto, ma è una storia vera e ho scelto di raccontarla senza troppe modifiche sostanziali.  –

Marta non è la Marta di cui ha parlato Matteo Renzi. L’unica cosa che Marta e Matteo Renzi hanno in comune è il legame con gli anni ’80. Adesso possiamo dare una risposta concreta ai dubbi di Raf, al suo “Cosa resterà di questi anni ’80?”: è rimasto molto, di quegli anni ’80. Qualcuno, pensando a Renzi e al refrain di yuppismo e Democrazia Cristiana della peggior specie,  direbbe che è rimasto il peggio,  ma Marta non sarebbe d’accordo perchè quello che le è rimasto degli anni ’80 è una figlia.

Marta ha scoperto di essere incinta mentre studiava all’università, mentre ballava, bella com’era, tra un disco di De Andrè, uno di Battisti e uno di Battiato. Ha deciso di tenere la bambina e qualche mese dopo averla data alla luce ha sposato Carlo, il suo fidanzato storico. Un anno dopo si è laureata in Psicologia.

Adesso Marta ha superato i quaranta, è sposata con Carlo da venticinque anni, hanno avuto un altro figlio. Ha lavorato per anni come assistente sociale, poi cinque anni fa hanno tagliato i fondi regionali per il progetto su cui lavorava e da allora si accontenta di lavoretti saltuari. Carlo invece è un dipendente statale. Il punto è che il matrimonio tra Carlo e Marta non funziona, l’amore è morto e a lei vivere di abitudine e lavori domestici per marito e figli non basta più, è frustrata, sconfitta e ha poca forza per provare a ricominciare e a rimettersi in gioco. Nel deserto coniugale degli ultimi dieci anni della vita di Carlo e Marta, paradossalmente i tradimenti reciproci sono stati gli unici momenti di vita, una sorta di defibrillazione, un tentativo violento di tirare fuori da una morte annunciata qualcosa di già morto. E sono stati dolorosi, perchè per Marta e Carlo, e per la realtà provinciale in cui si trovano a vivere, non è mai esistita alternativa alla coppia tradizionale, alla famiglia tradizionale, due cuori e una capanna: probabilmente le alternative non hanno nemmeno mai saputo immaginarle. La loro storia è diventata una versione più triste, più squallida e senza la Winslet e Di Caprio di Revolutionary Road, il film di Sam Mendes tratto dal libro di Richard Yates.

Carlo non perde occasione per far stare male Marta, per rinfacciarle il tradimento, più per il suo orgoglio da maschio alfa ferito che per amore, perchè amore per lei non ne prova più da tempo, non prova più amore per nessuno. Ha minacciato più volte di picchiarla. Di picchiarla davanti a tutti, ancora una volta per rimarcare il suo essere maschio alfa. Non lo ha mai fatto materialmente, ma la minaccia verbale è già abbastanza dolorosa.

«Scusa, Marta, perchè diamine non lo lasci se non vi amate più?»

Le sue amiche glielo hanno chiesto spesso. Le donne emancipate fanno così anche nei film: se una relazione va male divorziano. E’ la cosa più naturale a cui viene da pensare, nel 2014, la soluzione più semplice ed immediata, oltre che il commento più en vogue e scontato per commentare i casi di violenza sulle donne: perchè-non-lo-ha-lasciato.

Marta risponde che non lo lascia perchè se lo lasciasse non saprebbe come vivere, perchè i lavoretti non le danno abbastanza, e non ha nemmeno soldi per avvocati e affini, e non riesce ad immaginarsi una via d’uscita. Si potrebbe raccontare a Marta della solidarietà tra donne, si potrebbe aiutare Marta a reagire in qualche modo, a mettersi in gioco anche contro i suoi quarant’anni inoltrati, quasi cinquanta, ma è un processo lungo e complicato e nel frattempo lei subisce le minacce e Centri Antiviolenza e consultori chiudono, soprattutto in provincia. Probabilmente, per Marta, e per tante altre donne come Marta, col reddito di base sarebbe più facile uscire da matrimoni che diventano prigioni, sarebbe più facile reagire e lottare.

(nota: mentre leggevo questo articolo mi è capitato di leggere questo. Giocate a “trova le differenze“, anche voi)

Walking on an awful day

Ho visto il video di Hollaback sulle molestie in strada e ho letto un sacco di commenti a riguardo ma più che dal video e dai commenti sono stata stupita dal mio non essere affatto stupita.

La prima volta che mi è successo avevo compiuto da poco dodici anni ed avevo avuto da poco il primo ciclo. Scrivevo lettere d’amore e bigliettini in stile “Vuoi metterti con me? Si/no/forse” da anni ma ancora non avevo idea di cosa fosse il sesso – articoli di Cioè a parte – e passavo i pomeriggi a giocare sulla piazza vicino casa. Ero l’unica femmina, sempre e comunque, e quando insistevo riuscivo a convincerli a farmi giocare a calcio, anche se alla fine mi piazzavano sempre in porta. L’alternativa era giocare a nascondino e quel giorno avevamo optato per il nascondino: ero corsa a nascondermi tra le auto parcheggiate nel garage pubblico accanto alla piazza e non mi ero resa conto che D. mi aveva seguita. Era più grande, non mi stava troppo simpatico, non stava troppo simpatico a nessuno, e non mi andava giù che mi avesse seguita, ma non dissi niente perchè temevo che parlare mi avrebbe fatto perdere. Non dissi niente nemmeno quando D. mi mise entrambe le mani sul seno e disse qualcosa di terribilmente imbarazzante, come «Ti stanno crescendo» ma in quel caso, più che per la partita a nascondino, non parlai perchè ero impietrita, perchè non sapevo che fare. Avevo dodici anni, non conoscevo ancora la parola “molestie”, a parte roba che non capivo sentita dagli adulti e nei telegiornali e avevo subito quella che oggi chiamerei molestia senza nemmeno rifletterci troppo. Non raccontai niente a nessuno perchè ero l’unica femmina e temevo di passare per piagnona o qualcosa del genere ed essere esclusa dal gruppo. Non raccontai niente anche perchè una parte di me, in fondo, era contenta. Autostima e disgusto mi crescevano dentro insieme, paradossalmente. Adesso ho saputo che D. è diventato un fascistello e l’idea che un fascistello in erba mi abbia toccato le tette mi provoca un’incazzatura retroattiva brutale. Vorrei avere il potere del tizio di Butterfly Effect solo per prenderlo a pugni nei denti.

La seconda volta avevo quindici anni, ero perdutamente innamorata di G. e della sua r francese, adoravo parlare con lui di dischi, libri, film, politica, scuole occupate e collettivi e adoravo passare il tempo con lui, a fumarci le canne nei giardinetti dell’oratorio parrocchiale. Di contro odiavo il fatto che G. fosse fidanzato con mia cugina e odiavo il mio essere grassoccia. Pensavo che se fossi stata più attraente forse avrebbe scelto me. Per questo, quando due ragazzi più grandi, A. e K., mi toccarono il culo mentre andavo a fumare con G. ai giardinetti dell’oratorio, una parte di me fu contenta: pensai qualcosa come «Ehi, forse il mio culo non fa così schifo se c’è qualcuno che lo tocca». Nonostante tutto, comunque, a differenza della prima volta, lo raccontai: è stato anche peggio. A. e K. erano marocchini ed erano arrivati da poco al paesello e le reazioni razziste delle persone a cui lo raccontai mi fecero pentire di averlo fatto.

La terza volta avevo diciassette anni ed ero a Roma, metro San Paolo, ero con mia cugina ed una sua amica. Iniziammo a camminare e un signore in macchina si mise a seguirci. Camminavamo sempre più veloce. Un gruppo di ragazzi se ne accorse, uno di loro ci urlò contro qualcosa come «Vi sta dando fastidio? Ci penso io», e tirò fuori un martello dalla tasca. Un martello. Dalla tasca. Il cavaliere senza macchia e senza paura ™ ci aveva salvate, che emozione.

La quarta volta è stata cinque anni fa. Avevo appena comprato le sigarette e aspettavo un’amica. Un signore di circa cinquant’anni mi si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi, così, dal nulla. Mi raccontava del suo disagio psichico e del fatto che vivesse coi genitori in campagna e a me piaceva ascoltare le storie della gente incontrata per strada a caso, all’epoca amavo ancora l’umanità o giù di lì e poi allontanarsi dai pazzi è una cosa da signore borghesi, scherziamo? Era il doppio di me e dopo tutti i racconti mi chiese di accompagnarlo a masturbarsi e quando non risposi e tirai fuori dalla borsa il cellulare per chiamare la mia amica e chiederle di sbrigarsi, si spaventò e iniziò ad urlarmi contro, chiedendomi di non chiamare la polizia. Alla fine la mia amica è arrivata e non è successo niente, ma anche se poi ho raccontato la cosa ridendoci su e in modalità «Non potete capire che cosa assurda mi è successa l’altra sera», in quel momento ero spaventata.

Analizzando a freddo, a distanza di anni e alla luce del video di Hollaback (che tra l’altro è stato replicato anche in Italia) tutti questi episodi, quello che personalmente mi preme sottolineare è che quella delle molestie in strada è una questione scivolosa e controversa che sul piano individuale può dare adito a confusioni e difficoltà di focus e su quello sociopolitico può essere terreno fertile per strumentalizzazioni varie ed eventuali. Quello che ho definito “piano individuale” in realtà è strettamente individuale solo in una lettura superficiale.  Il problema di chi commenta il video con reazioni come «Magari lo dicessero a me» o «Roba del genere aumenta l’autostima» non è soltanto un problema della singola persona che lo dice, non è soltanto “idiozia: è un effetto subdolo dei processi di normalizzazione estetica dei corpi, una sorta di sindrome di Stoccolma in scala ridotta o qualcosa del genere. È, in ultima analisi, dunque, un problema politico.
In secondo luogo, il rischio che la lotta alle molestie in strada diventi un’arma mediatica nelle mani di chi preme per politiche ipersecuritarie, per città militarizzate e per campagne razziste e che sostanzialmente approfondiscono fenomeni di esclusione sociale già in atto, è altissimo e, chiaramente, non possiamo permettere che avvenga. Questo, però, di contro, non deve portare ad una minimizzazione della questione molestie anche perchè minimizzare una molestia quando il molestatore appartiene ad una categoria sociale marginalizzata non è una forma di lotta all’esclusione sociale, è semplicemente politically correct qualunquista.

Qual è, dunque, la via giusta per affrontare la questione in un’ottica di movimento? Deluderò quelli che si aspettano un elogio simil-pasoliniano ai ragazzini sottoproletari delle periferie che arrivano a difendere le povere fanciulle smarrite come cavalieri in splendente armatura: pur ringraziando – a distanza di anni – quelli che hanno difeso me nell’episodio citato sopra, trovo che uno scenario del genere offrirebbe una via d’uscita falsa, considerando che una lotta alle molestie in strada condotta in questi termini spianerebbe la via ad una legittimazione del patriarcato, e si passerebbe dalle molestie in strada alle molestie domestiche o quantomeno ad un rapporto di dipendenza tra la donna debole e molestata e il maschio difensore.

La realtà dei fatti è che allo stato attuale la via d’uscita non esiste: a mio avviso, però, quando, come militanti, parliamo di riappropriarci delle città dal basso o di spazi sociali che lavorano sui territori e nei quartieri, non possiamo e non dobbiamo tralasciare questo aspetto. Spesso, però, non solo questi temi vengono ignorati ma, in certi casi, le molestie paradossalmente avvengono addirittura negli spazi occupati e allora, ancora una volta, su questi temi c’è bisogno di fare una profonda autocritica.

(nota: il titolo del post è una semicitazione da Kurt Vile)

Due dita in gola #6 – Le rappresentazioni della cura

Parlare di “cura“, quando si parla di disturbi dell’alimentazione, o di disagio psichico in genere, è una cosa controversa e complicata, soprattutto quando si sperimentano tentativi, fallimenti e ricadute continue sulla propria pelle. Potrei trattare il tema dal punto di vista clinico, potrei soffermarmi ad interrogarmi una volta per tutte su uno dei leitmotiv di chi si occupa di psichiatria critica oggi, gli psicofarmaci, e il loro valore (o non valore) nella realtà dei processi di cura. Non lo farò, o almeno non oggi, non stavolta: non credo di essere ancora pronta a risolvere questo conflitto, non credo di averlo ancora superato, non sono abbastanza lucida. Potrei, di contro, scatenare conflitti tra me e me, sul senso generale dei discorsi sulla “cura”:  ha senso parlarne o sarebbe più onesto parlare di periodi più o meno lunghi di remissione, di miglioramenti temporanei di cui approfittare prima di precipitare di nuovo? E tornando al clinico, ha senso parlare di “cura” in psichiatria, o si può parlare sempre e solo di palliativi?

L’unica risposta che ho, non è una risposta medica. E’ una risposta militante: più che parlare di “cura”, a me piace parlare sempre di resistenza al disagio, mi piace pensare di avere una Kobane nel cervello. Mi piace parlare dei periodi di remissione e dei miglioramenti come periodi di rivolta gioiosa, di insurrezione, di creazione di un ordine mentale alternativo a quello imposto dai dispositivi della malattia.

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Poi, naturalmente, c’è la questione della collettivizzazione, che è una roba di cui ho sempre parlato su questo blog (e sul vecchio)  e in particolare attraverso questa cosa di Due dita in gola. La resistenza alla malattia è un atto politico e pertanto deve necessariamente essere un processo collettivo e anche questa autonarrazione, come chi segue questo blog da tempo probabilmente saprà, è un atto di collettivizzazione e di controinformazione, un manifesto in più atti discontinui che si può riassumere e condensare nei termini della necessità di prendere coscienza del fatto che il personale è politico e di prenderne coscienza talmente tanto da arrivare al passaggio successivo: l’interiorità psichica è politica. Nelle pratiche, purtroppo, sebbene del fatto che il personale è politico si parli più o meno da quarant’anni, il terreno è ancora accidentatissimo. Ma le resistenze sono accidentate. Sempre.

Le resistenze, poi, si fanno anche attraverso le decostruzioni delle narrazioni dominanti. Ad esempio c’è la retorica della cura come processo individuale, del trovare dentro di sè la forza, del vedere la propria bellezza interiore e tutta la roba motivazionale trita e ritrita che prima girava solo in libri spazzatura e nei talk-show e adesso straborda da qualsiasi buco del web. Ingenuamente, fino a qualche anno fa, mi limitavo a bollare queste rappresentazioni dei processi di cura come banalità criptoecumeniche, come qualunquismi applicati al disagio. A rifletterci bene, invece, si tratta di una vera e propria rappresentazione capitalistica della cura, un mix di stevejobsianesimo di nuovo corso e di vecchia narrazione del self-made-man all’americana. Gente che ne esce fuori da sola. Startupper del disagio.  Anzi, non ditelo a Matteo Renzi e alla sua banda, potrebbero inventarsi qualche stronzata per infliggere ulteriori tagli a quel poco di Sanità Pubblica che è rimasta.

Sul versante completamente opposto c’è Silver Linings Playbook (titolo come al solito tradotto di merda in Italia, “Il lato positivo”, ndr). E’ un filmetto godibile, Jennifer Lawrence ha vinto l’Oscar come Migliore Attrice, c’è Bradley Cooper, c’è Robert De Niro, e a caldo, a noi della frangia romantica dell’alterpsichiatria era pure piaciuto, perchè offriva una rappresentazione non clinicizzata della cura. Sembrava fighissimo e invece – a rifletterci a freddo, e nell’ottica della reinterpretazione militante dei processi di resistenza al disagio – anche le narrazioni di quel tipo sono sempre abbastanza controverse: dare l’idea di una relazione di coppia come forma terapeutica (o, peggio, di una relazione di tipo patriarcale come quella tra professore saggio ed alunna malata e declinazioni simili, tipica della retorica di molte fiction all’italiana), offre l’idea distorta di un processo di cura che può sconfinare in un processo di dipendenza emotiva da un altro singolo, che sia il partner, il professore, il padre, la madre e via discorrendo. In negativo, chiaramente, significa che l’abbandono da parte dell’altro, porta in maniera quasi inevitabile al ritorno alla malattia.

Si potrebbe pensare, naturalmente, che anche la collettivizzazione di cui parlo da tempo sia, per certi versi, un processo dipendente da altri. Tuttavia, molto banalmente, in questo caso non abbiamo un altro singolo e definito. In secondo luogo, decidere di collettivizzare il proprio disagio psichico ed inserire il proprio disagio psichico in una dimensione di condivisione vuol dire decidere di mettersi in gioco nel processo di resistenza, piuttosto che essere tirato fuori in maniera più o meno arbitraria da terzi definiti, quasi in una sorta di riproposizione psichica e personale del meccanismo politico della delega.

Chiaramente, pensare che la condivisione e la collettivizzazione siano da sole risolutive del disagio, è assurdo: come tutte le lotte politiche, anche quelle che si affrontano sul piano psicologico sono lunghe e difficili e come in tutte le lotte politiche, pensare di trovare un modus unico e corretto di pensare ed agire è pressochè impensabile. Iniziare però a ragionare su questi temi, soprattutto in un tempo storico in cui le politiche neoliberiste e la repressione incidono anche (e soprattutto) sulla nostra integrità psichica individuale e di conseguenza collettiva, è fondamentale.

Appunti per un discorso militante sui corpi (più due)

Il post con gli appunti per un discorso militante sui corpi lo trovate su Lavoro Culturale, è uscito una settimana fa e mi stava passando di mente di segnalarlo anche qui.

NOTA BENE: Se volete commentare, è meglio farlo sotto al post originario su LC, piuttosto che qui. Intanto vi beccate due suggestioni – una musicale e una letteraria – che integrano il post.

1)

Il rapporto è pressappoco quello che intercorre fra il coraggio e la guerra. La bellezza umana in questione è una bellezza di tipo particolare; si potrebbe definire bellezza cinetica. La sua forza e la sua attrattiva sono universali. Sesso o modelli culturali non c’entrano. C’entra, piuttosto, la riconciliazione degli esseri umani e il fatto di avere un corpo. Negli sport maschili non si parla mai di bellezza, di grazia o del corpo. I maschi possono professare il loro «amore» per gli sport ma è un amore che deve sempre improntato e applicato alla simbologia della guerra: eliminazione contro promozione, gerarchia di rango e livello, statistiche ossessive, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalista, uniformi, rumore di massa, striscioni, pugni battuti sul petto, facce dipinte, eccetera. Per motivi non del tutto chiari, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore.

(David Foster Wallace –  Federer come esperienza religiosa)

 

2) «Ho passato vent’anni ignorando di avere un corpo»