Mese: giugno 2014

Due dita in gola # 4 – Romanticizzare il disagio

(La rubrica riprende e continua da qui)

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Quando ero adolescente Gabriele Muccino faceva ancora film decenti o forse era il mio essere adolescente a farmi sembrare decenti i film di Muccino. Vidi per la prima volta Come te Nessuno Mai con due amichette delle medie e fu il mio primo impatto – all’acqua di rose, ça va sans dire – con il mondo di movimenti studenteschi ed occupazioni: avevo undici anni, vivevo in un paesino di provincia di duemila abitanti in cui non succedeva mai nulla, e quel mondo di cui anni dopo avrei fatto parte mi sembrava dinamico, stimolante, entusiasmante, l’esatto opposto della mia esistenza. Un’altra cosa che di quel film mi colpì fu una citazione di Pirandello che il protagonista, interpretato da un Silvio Muccino che non si era ancora dato alla regia e alla scrittura a cazzo di cane, aveva scritto sulla porta della sua stanza.

La pazzia è una forma di normalità

All’epoca non avevo ancora contratto la vaga allergia un po’ punk alle citazioni  da cui sono parzialmente affetta ancora oggi e quindi riscrissi questa frase un po’ dappertutto: sulla porta della mia stanza, nei diari di scuola…Se avessi potuto, forse, me la sarei scritta anche addosso. All’epoca non conoscevo la pazzia, il disagio psichico: sapevo di avere una prozia schizofrenica ma viveva fuori e non ci ho mai interagito direttamente, la stessa parola schizofrenia  era qualcosa di alieno, avrebbe potuto benissimo essere un sinonimo di diabete per quello che ne capivo. Credo, quindi, che la cosa che mi piaceva davvero di quella frase non fosse tanto la prospettiva sulla pazzia quanto, piuttosto, quella sulla normalità: rappresentava la consapevolezza dell’esistenza di una normalità alternativa a quella routine di provincia così triste, grigia ed opprimente in cui ero costretta, e in quegli anni, prima di scoprire Foucault e la biopolitica, l’idea di “normale” era ancora qualcosa di centrale ed importante nella mia vita di undicenne. Iniziai a riflettere su quella storia e la pazzia iniziò a sembrarmi una cosa fighissima, una via d’uscita facile dalla routine.

Al liceo imparai a conoscere Sylvia Plath, Artaud, Kurt Cobain, Ian Curtis, Jim Carroll, Sid Vicious, Debord, i personaggi di Pirandello, Byron e Anne Sexton, e poi la Farmer. Tutta gente disagiata e grandissima. C’erano anche i film tipo Ragazze Interrotte e roba del genere. La dimensione della follia mi faceva sembrare più interessante anche gente come Torquato Tasso. Studiare, in quegli anni, era un po’ come accumulare conferme del fatto che essere affetti in qualche misura da disagio psichico andasse di pari passo con l’essere geni, artisti, miti, speciali ed interessanti. La follia come contenitore del vero assoluto e i folli come visionari detentori di una sorta di rivelazione, profeti di un divino ateo, insomma. Non ho mai attraversato una fase emo o una fase dark, nè musicalmente, nè per quanto riguarda lo stile, ma mi affascinavano tutte le forme di disagio, persino i disturbi alimentari.

Poi sono cresciuta, mi sono iscritta a medicina e soprattutto mi sono ammalata – a volte il karma ha davvero un’ironia di merda. Ho iniziato ad interessarmi seriamente alla dimensione del disagio psichico e a scriverne e ho scoperto che c’è un sacco di gente, non solo adolescente, che la pensa come la pensavo io negli anni del liceo: la pazzia è una forma di normalità, genio e follia e stronzate del genere. Si, esatto, stronzate. Si, esatto, ho cambiato idea. Il problema delle visioni, purtroppo diffuse anche nei movimenti antipsichiatrici, che tendono a romanticizzare il disagio psichico è che tendono ad oggettivizzare e mitizzare l’idea della pazzia in sè dimenticandosi del disagiato come individuo e della sua sofferenza hic et nunc. Si dimentica che non tutti quelli che sono affetti da disturbi psichiatrici sono Sylvia Plath o Anne Sexton e che, anzi, al contrario, nella maggior parte dei casi, situazioni come la depressione o il disturbo bipolare uccidono la creatività potenziale inficiando la capacità di concentrazione. Teorie che negano l’esistenza del disagio psichico e sostengono che la follia non sia che un prodotto della tendenza della società a normare gli individui sono affascinanti ma pericolose perchè possono diventare deresponsabilizzanti o comunque spingere a sottovalutare l’aiuto di cui le persone sofferenti hanno bisogno nell’immediato. Allo stato attuale sono uscita dalla bulimia e adesso mi sento forte, figa e piena di energia ma nei miei momenti più neri considerazioni generiche come “Non sei tu, è l’idea di bellezza imposta dalla società ad essere sbagliata” non mi aiutavano. Mi intristivano, perchè non mi facevano vedere vie d’uscita. Mi hanno aiutata le storie di persone che ce la hanno fatta a venirne fuori e che hanno lottato giorno per giorno e passo dopo passo per uscirne, mi ha aiutata analizzare il mio disagio e parlarne, comunicarlo, decostruirlo, piuttosto che negarlo e ridurlo ad un prodotto della società capitalistico/consumistica and stuff.

Oggi, tre dei miei grandi amori artistici sono morti suicidi. David Foster Wallace, Ian Curtis, Elliot Smith. Adesso, però, l’unica cosa che provo rispetto al disagio che hanno vissuto e che li ha spinti al suicidio è una grossa pena umana, l’unica cosa che provo rispetto alle loro fini, al loro suicidio, è un grosso senso di vuoto, un grosso dispiacere per tutto quello che non hanno potuto fare, per tutta l’arte che non sono riusciti a lasciarci, magari anche un po’ egoisticamente. Non fascino, non più.

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«Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale»

«John, smettila di tentare di imbucarti da noi. Stai diventando ridicolo. L’abbiamo capito che da te è noioso, Kennedy parla solo della bocca di Marylin…Scusa, tesoro…Giulio Cesare è pazzo e non riesce ad imparare l’inglese, ma non puoi stare da noi. Non puoi»
«Ma tecnicamente, ho fatto in modo che mi uccidesse attraverso le mie azioni, quindi è come se fosse un suicidio e…»«Si, ciao, John, fanculo.»

Piero ha trent’anni, fa lo scrittore e un quarto d’ora fa era nella sua stanza in affitto c0n il cordino della tenda intorno al collo. Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale. Lo dicevano in un film. La sua ragazza lo aveva costretto a guardarlo con lei solo perchè c’era Ryan Gosling un mese prima di lasciarlo per un sosia di Ryan Gosling. Si aspettava il buio, la fine della sofferenza, o al massimo il tunnel verso la luce di cui parlano sempre a Voyager e Mistero, e invece qualche minuto dopo aver smesso di respirare si è trovato di fronte a una porta di merda, legno marcio, vernice arancione scrostata. Pare che sia la stanza 218 ma non c’è nessuna targhetta laccata e metallizzata da albergo figo, solo un due, un uno e un otto scritti a pennarello, un Uni Posca fuxia, per essere precisi. Piero bussa, ma non gli apre nessuno ed è solo l’arrivo di un hippie di mezza età munito di chiavi a salvarlo dal restare in eterno in attesa sulla porta e precipitare in elucubrazioni eccessivamente fantasiose sull’esistenza di Inferni simil Danteschi racchiusi in una stanza e sulla sua condanna a restare per l’eternità di fronte a quella porta chiusa, in una specie di limbo per suicidi delimitato dall’area del tappeto sporco con la scritta WELCOME su cui tiene i piedi.

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«Shhhh»
«O….Okay»

Dentro c’è un sacco di gente, ma nessuno sembra fare caso a Piero. Si mettono tutti ad aggredire il vecchio hippie, John, lo chiamano così. Quando cacciano fuori John, Piero se ne sta in silenzio per un po’, ha paura che caccino via anche lui. Non pensava che la morte fosse così affollata. ROMPERE L’IMBARAZZO, ROMPERE L’IMBARAZZO, ROMPERE L’IMBARAZZO. Mantra. Il suo psicanalista, quando ancora poteva permettersene uno, gli diceva di ripetere mentalmente frasi del genere per darsi forza, per rassicurarsi.

«Ehm…Salve…permesso»
«E tu chi sei? Come sei arrivato qui?»
«Io…Ehm…So che non avrei dovuto ammazzarmi, che avrei dovuto lottare e…Cazzo. Una corda intorno al collo. Il cordino della tenda. Ci sono arrivato così, a meno che…Forse ieri sera mi sono addormentato leggendo Dylan Dog e questo è un sogno»
«Sei sicuro di non aver sbagliato stanza? Forse devi andare con quelli della droga…»
«Ma dove siamo?»
«Ci siamo ammazzati tutti. Pensavamo che fosse la fine delle sofferenze, buio completo, il nulla, nichilismo, o al massimo la reincarnazione in qualcuno più felice o in qualche animale e invece ci siamo ritrovati tutti qui. Io sono K, lui è I, loro due sono S ed M La biondina è J, poi ci sono G ed A, e D e…Insomma, un sacco di gente»
«Avete mai provato ad andarvene?»
«Te ne sei già pentito? Di solito succede dopo un mese o due chiuso qua dentro con noi…Comunque no, si può andare solo nelle altre stanze, e non te lo consiglio, fanno tutte schifo. La morte fa schifo. La vita invece com’è?»
«Credo di aver visto la sua faccia su una maglietta…»

Piero indica un tizio biondo tinto in mezzo al mucchio. Lo ha già visto da qualche parte. Ha già visto da qualche parte un sacco delle persone che ha di fronte, in effetti.

«Un film su di te. Anche su di te. E su di te. E qualche vostra frase su Facebook…Si, so che non sapete cos’è…Ah, d’accordo, ve lo hanno già spiegato…Anche tu sei su qualche t-shirt. Cioè, non la tua faccia, la copertina di un tuo disco e…»

Li guarda tutti, li indica uno ad uno ed elenca ad ognuno di loro le citazioni postume che gli sono toccate in sorte. Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale.  Lui non è così famoso, non è così rilevante e non è un’artista. Ha sempre odiato anche definirsi scrittore. “Scrivo roba a caso”, diceva. Eppure adesso è lì, in mezzo a tutta quella gente che si intristisce progressivamente mentre lui procede con l’elenco.

«Cazzo. Vorrei ammazzarmi»
«Sei già morto, stronzo»
«Vaffanculo. Quando ero vivo almeno potevo lamentarmi e dire di voler morire. Adesso invece…»

Un suicidio elegante è comunque una merda.

(Nota dell’autrice ovvero me medesima: volevo scrivere un post serio sulla polemica tra Lana Del Rey e Frances Bean Cobain riguardo alla romanticizzazione del suicidio, poi invece mi è venuta fuori, totalmente di getto, questa cosa qui. Il post serio arriva nei prossimi giorni.

Il film con Gosling citato esiste davvero e si chiama Stay)