Mese: ottobre 2014

Due dita in gola #6 – Le rappresentazioni della cura

Parlare di “cura“, quando si parla di disturbi dell’alimentazione, o di disagio psichico in genere, è una cosa controversa e complicata, soprattutto quando si sperimentano tentativi, fallimenti e ricadute continue sulla propria pelle. Potrei trattare il tema dal punto di vista clinico, potrei soffermarmi ad interrogarmi una volta per tutte su uno dei leitmotiv di chi si occupa di psichiatria critica oggi, gli psicofarmaci, e il loro valore (o non valore) nella realtà dei processi di cura. Non lo farò, o almeno non oggi, non stavolta: non credo di essere ancora pronta a risolvere questo conflitto, non credo di averlo ancora superato, non sono abbastanza lucida. Potrei, di contro, scatenare conflitti tra me e me, sul senso generale dei discorsi sulla “cura”:  ha senso parlarne o sarebbe più onesto parlare di periodi più o meno lunghi di remissione, di miglioramenti temporanei di cui approfittare prima di precipitare di nuovo? E tornando al clinico, ha senso parlare di “cura” in psichiatria, o si può parlare sempre e solo di palliativi?

L’unica risposta che ho, non è una risposta medica. E’ una risposta militante: più che parlare di “cura”, a me piace parlare sempre di resistenza al disagio, mi piace pensare di avere una Kobane nel cervello. Mi piace parlare dei periodi di remissione e dei miglioramenti come periodi di rivolta gioiosa, di insurrezione, di creazione di un ordine mentale alternativo a quello imposto dai dispositivi della malattia.

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Poi, naturalmente, c’è la questione della collettivizzazione, che è una roba di cui ho sempre parlato su questo blog (e sul vecchio)  e in particolare attraverso questa cosa di Due dita in gola. La resistenza alla malattia è un atto politico e pertanto deve necessariamente essere un processo collettivo e anche questa autonarrazione, come chi segue questo blog da tempo probabilmente saprà, è un atto di collettivizzazione e di controinformazione, un manifesto in più atti discontinui che si può riassumere e condensare nei termini della necessità di prendere coscienza del fatto che il personale è politico e di prenderne coscienza talmente tanto da arrivare al passaggio successivo: l’interiorità psichica è politica. Nelle pratiche, purtroppo, sebbene del fatto che il personale è politico si parli più o meno da quarant’anni, il terreno è ancora accidentatissimo. Ma le resistenze sono accidentate. Sempre.

Le resistenze, poi, si fanno anche attraverso le decostruzioni delle narrazioni dominanti. Ad esempio c’è la retorica della cura come processo individuale, del trovare dentro di sè la forza, del vedere la propria bellezza interiore e tutta la roba motivazionale trita e ritrita che prima girava solo in libri spazzatura e nei talk-show e adesso straborda da qualsiasi buco del web. Ingenuamente, fino a qualche anno fa, mi limitavo a bollare queste rappresentazioni dei processi di cura come banalità criptoecumeniche, come qualunquismi applicati al disagio. A rifletterci bene, invece, si tratta di una vera e propria rappresentazione capitalistica della cura, un mix di stevejobsianesimo di nuovo corso e di vecchia narrazione del self-made-man all’americana. Gente che ne esce fuori da sola. Startupper del disagio.  Anzi, non ditelo a Matteo Renzi e alla sua banda, potrebbero inventarsi qualche stronzata per infliggere ulteriori tagli a quel poco di Sanità Pubblica che è rimasta.

Sul versante completamente opposto c’è Silver Linings Playbook (titolo come al solito tradotto di merda in Italia, “Il lato positivo”, ndr). E’ un filmetto godibile, Jennifer Lawrence ha vinto l’Oscar come Migliore Attrice, c’è Bradley Cooper, c’è Robert De Niro, e a caldo, a noi della frangia romantica dell’alterpsichiatria era pure piaciuto, perchè offriva una rappresentazione non clinicizzata della cura. Sembrava fighissimo e invece – a rifletterci a freddo, e nell’ottica della reinterpretazione militante dei processi di resistenza al disagio – anche le narrazioni di quel tipo sono sempre abbastanza controverse: dare l’idea di una relazione di coppia come forma terapeutica (o, peggio, di una relazione di tipo patriarcale come quella tra professore saggio ed alunna malata e declinazioni simili, tipica della retorica di molte fiction all’italiana), offre l’idea distorta di un processo di cura che può sconfinare in un processo di dipendenza emotiva da un altro singolo, che sia il partner, il professore, il padre, la madre e via discorrendo. In negativo, chiaramente, significa che l’abbandono da parte dell’altro, porta in maniera quasi inevitabile al ritorno alla malattia.

Si potrebbe pensare, naturalmente, che anche la collettivizzazione di cui parlo da tempo sia, per certi versi, un processo dipendente da altri. Tuttavia, molto banalmente, in questo caso non abbiamo un altro singolo e definito. In secondo luogo, decidere di collettivizzare il proprio disagio psichico ed inserire il proprio disagio psichico in una dimensione di condivisione vuol dire decidere di mettersi in gioco nel processo di resistenza, piuttosto che essere tirato fuori in maniera più o meno arbitraria da terzi definiti, quasi in una sorta di riproposizione psichica e personale del meccanismo politico della delega.

Chiaramente, pensare che la condivisione e la collettivizzazione siano da sole risolutive del disagio, è assurdo: come tutte le lotte politiche, anche quelle che si affrontano sul piano psicologico sono lunghe e difficili e come in tutte le lotte politiche, pensare di trovare un modus unico e corretto di pensare ed agire è pressochè impensabile. Iniziare però a ragionare su questi temi, soprattutto in un tempo storico in cui le politiche neoliberiste e la repressione incidono anche (e soprattutto) sulla nostra integrità psichica individuale e di conseguenza collettiva, è fondamentale.

Appunti per un discorso militante sui corpi (più due)

Il post con gli appunti per un discorso militante sui corpi lo trovate su Lavoro Culturale, è uscito una settimana fa e mi stava passando di mente di segnalarlo anche qui.

NOTA BENE: Se volete commentare, è meglio farlo sotto al post originario su LC, piuttosto che qui. Intanto vi beccate due suggestioni – una musicale e una letteraria – che integrano il post.

1)

Il rapporto è pressappoco quello che intercorre fra il coraggio e la guerra. La bellezza umana in questione è una bellezza di tipo particolare; si potrebbe definire bellezza cinetica. La sua forza e la sua attrattiva sono universali. Sesso o modelli culturali non c’entrano. C’entra, piuttosto, la riconciliazione degli esseri umani e il fatto di avere un corpo. Negli sport maschili non si parla mai di bellezza, di grazia o del corpo. I maschi possono professare il loro «amore» per gli sport ma è un amore che deve sempre improntato e applicato alla simbologia della guerra: eliminazione contro promozione, gerarchia di rango e livello, statistiche ossessive, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalista, uniformi, rumore di massa, striscioni, pugni battuti sul petto, facce dipinte, eccetera. Per motivi non del tutto chiari, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore.

(David Foster Wallace –  Federer come esperienza religiosa)

 

2) «Ho passato vent’anni ignorando di avere un corpo»

L’economia politica dell’ebola

[Quella che segue è la traduzione – assolutamente non letterale e decisamente pedestre – di un articolo pubblicato su Jacobin il 13 agosto scorso. L’autrice dell’articolo, Leigh Phillips si occupa di giornalismo scientifico e di affari europei. I suoi scritti sono stati pubblicati su Nature, sul Guardian, sullo Scientific Observer, su EUObserver e sul Daily Telegraph. Personalmente non condivido in toto il punto di vista dell’autrice: dissento soprattutto per quanto riguarda l’insistenza in positivo e in maniera quasi completamente acritica sul ruolo dei governi, del CDC, e degli apparati militari. Dissento anche sulle differenze sottotraccia che l’autrice delinea tra “buon capitalismo/capitalismo etico” e “capitalismo incontrollato”. Tuttavia, ritengo comunque questo articolo importante come base di partenza per una riflessione più ampia sull’ebola che non è – come veniamo indotti a credere dai media nostrani – una fatalità e che dovrebbe indurci a parlare di ben altri temi rispetto allo sterile dibattito razzista che si è sollevato intorno alla questione]

 

 

L’ebola è un problema che non può essere risolto, perchè la soluzione del problema non creerebbe profitto.

“The Onion”, come al solito è sul pezzo, quanto a copertura della recente epidemia di ebola – la peggiore che si ricordi, nonché la prima in Africa Occidentale – che ha infettato 1779 persone e ne ha uccise almeno 961. “Gli esperti: il vaccino per l’ebola è distante almeno cinquanta bianchi”, scrivevano in uno dei taglienti titoli del 31 luglio scorso. E’ piuttosto evidente, quindi, che se gli infetti fossero bianchi, il problema sarebbe risolto più facilmente. Tuttavia, si parla poco o niente delle responsabilità dei mercati, sia per quanto riguarda il rifiuto delle case farmaceutiche ad investire nella ricerca che per quanto riguarda le condizioni di base, che facilitano la diffusione di epidemie di tale portata e sono indiscutibilmente create dalle politiche neoliberali.

Il razzismo è un fattore certo. Jeremy Farrar, infettivologo e presidente del Wellcome Trust, uno dei più importanti enti mondiali di beneficenza per la ricerca scientifica, ha dichiarato al Toronto Star: «Immaginate di prendere in considerazione una zona del Canada, dell’Europa, o degli Stati Uniti e di avere 450 persone morte di una febbre emorragica virale. Sarebbe inaccettabile. Ed è altrettanto inaccettabile in Africa Occidentale». Ha poi fatto notare come un vaccino sperimentale per l’ebola creato in Canada su basi emergenziali, è stato usato per un ricercatore tedesco nel 2009 in seguito ad un incidente in laboratorio. «Abbiamo smosso cielo e terra per un tecnico di laboratorio tedesco. Perchè è diverso adesso che si tratta dell’Africa Occidentale?»

L’ebola è un problema che non può essere risolto perchè l’eventuale soluzione non creerebbe profitto. Non è una malattia proficua. Ci sono stati circa 2400 morti da quando l’ebola è stata identificata nel 1976. Le principali case farmaceutiche sono perfettamente consapevoli del fatto che il mercato per eventuali strategie terapeutiche contro l’ebola sarebbe esiguo mentre i costi dello sviluppo di tali trattamenti rimarrebbero significativi. Oltretutto, in termini puramente quantitativi, qualcuno potrebbe (forse a ragione) far notare la problematicità del focalizzarsi troppo sull’ebola che tutto sommato uccide molto meno rispetto alla malaria (300.000 morti dall’inizio dell’epidemia di ebola) o della tubercolosi (600.000).

Tuttavia si può partire dalle implicazioni economiche del ritardo nello sviluppo di terapie per l’ebola per spiegare anche l’assenza di ricerca riguardo alle terapie per altre malattie come quelle sopra citate.

In realtà nell’ultimo decennio si è avuto un avanzamento incredibile nella ricerca di terapie per l’ebola, soprattutto nella ricerca statale e da parte di piccole biotech companies finanziate parzialmente da fondi pubblici, con una varietà – almeno sulla carta – di protocolli terapeutici, da quelli basati sugli acidi nucleici, a quelli basati sugli anticorpi, e una serie di vaccini – cinque dei quali sono stati testati con successo sui primati. Anthony Fauci, a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha dichiarato, più volte nelle ultime due settimane, che il vaccino per l’ebola sarebbe vicinissimo se non fosse per l’avidità delle multinazionali. «Abbiamo lavorato allo sviluppo di un vaccino per l’ebola, ma nessuna casa farmaceutica lo acquisterà mai», ha dichiarato ad Usa Today. «Abbiamo un candidato, lo abbiamo inoculato nelle scimmie e ci è sembrato buono, ma dal punto di vista delle case farmaceutiche non c’è alcun vantaggio nel produrre un vaccino per qualche piccolo focolaio epidemico ogni trenta o quarant’anni», ha dichiarato a Scientific American.

Quasi tutti gli addetti ai lavori affermano che il know-how, relativamente al vaccino, esiste. L’unico problema è che le epidemie sono troppo rare e con pochi infetti da rendere lo sviluppo utile – dal punto di vista del profitto – per le case farmaceutiche.

«I focolai epidemici colpiscono le comunità più povere del pianeta. Anche quando creano agitazione, sono eventi relativamente rari.», ha dichiarato al magazine Vox Daniel Bausch, direttore dell’Emerging Infections Department del Naval Medical Research Unit Six (NAMRU-6), un laboratorio di ricerca biomedica di Lima, in Perù. «Quindi, se si guarda la questione dal punto di vista dell’interesse delle case farmaceutiche, non c’è alcun entusiasmo nel concludere un trial per un farmaco per l’ebola o sviluppare un vaccino per l’ebola che verrebbe usato solo da poche centinaia di migliaia di persone.»

John Ashton, presidente della UK Faculty of  Public Health ha scritto un articolo al vetriolo a riguardo domenica scorsa sull’Independent denunciando «lo scandalo relativo alla mancanza di volontà delle case farmaceutiche nell’investire nella ricerca per produrre cure e vaccini perchè i numeri coinvolti, secondo i loro metri di giudizio, sono troppo piccoli e non giustificano l’investimento.» Ha concluso l’articolo dichiarando che «Questa è la bancarotta morale del capitalismo che agisce senza basi etiche e sociali.»

Questa situazione non è riferibile solo all’ebola. Per trent’anni le grandi case farmaceutiche hanno rifiutato di avviare ricerche relativamente a nuove classi di antibiotici. A causa di questo vuoto, dal punto di vista delle nuove scoperte, i medici prevedono che nel giro di vent’anni non avremo più farmaci efficaci contro le infezioni di routine. Allo stesso modo, anche molte tecniche e invenzioni introdotte dal 1940 in poi diventeranno obsolete perchè dipendono dalla presenza di un’adeguata protezione antimicrobica. L’allungamento dell’aspettativa di vita degli ultimi cinquant’anni dipende da molti fattori ma sicuramente senza antibiotici non sarebbe stato possibile, considerando che prima della loro introduzione le infezioni batteriche erano una delle cause di morte più frequenti. Ad aprile l’OMS ha provato a tracciare i valori di resistenza batterica agli antibiotici in tutto il mondo ed i risultati sono stati definiti “allarmanti”. Hanno dichiarato che «Questo problema non è più solo una previsione per il futuro, sta succedendo adesso in ogni zona del mondo e può colpire chiunque, ad ogni età ed in ogni Paese».

Come le stesse case farmaceutiche affermano, semplicemente non avrebbe senso – per loro – investire una cifra stimata ad 870 milioni di dollari su prodotti che la gente usa poche volte nel corso della vita, quando ha un’infezione, piuttosto che investire la stessa cifra nello sviluppo di farmaci ad alta rendita economica, come quelli per le malattie croniche (diabete o cancro) che i pazienti devono prendere ogni giorno, praticamente per tutta la vita.Ogni anno negli Stati Uniti, secondo il CDC, quasi due milioni di persone vengono infettate da batteri antibiotico-resistenti. Di queste, circa 23.000 muoiono.

La situazione, per quanto riguarda lo sviluppo di nuovi vaccini, è pressochè identica. A differenza dei farmaci per l’asma o dell’insulina, che vengono assunti per decenni, i vaccini di solito richiedono una o due dosi nel corso della vita. Da qualche decennio, quindi, molte case farmaceutiche hanno praticamente abbandonato la ricerca e produzione di nuovi vaccini. La situazione è così critica che dal 2003 negli Stati Uniti si registrano casi di scarsità di molti vaccini infantili e il CDC ha un sito web apposito in cui tenere traccia delle carenze e dei ritardi nella produzione dei vaccini.

Almeno, a differenza del caso Ebola, dove non provvede il mercato, interviene il dipartimento della difesa, mettendo da parte i principi del libero mercato nell’interesse della sicurezza nazionale.

Il virologo Thomas Geisbert della University of Texas Medical Branch at Galveston ha parlato allo Scientific American della sua speranza riguardo al vaccino VSV, una delle opzioni più promettenti contro Ebola: «Stiamo provando a raccogliere fondi per i test sull’uomo…ma dipende davvero tutto dal supporto finanziario per le piccole aziende che sviluppano questi vaccini. I test sull’uomo sono costosi e richiedono un sacco di fondi governativi. Per l’Ebola, il mercato globale è piccolo – non è proficuo per le grandi case farmaceutiche produrre un vaccino, così c’è bisogno di fondi governativi»

William Sheridan, direttore della BioCryst Pharmaceutical, che ha sviluppato il farmaco antivirale BCX4430, descrive l’inghippo finanziario relativo alla ricerca e allo sviluppo di una cura per l’ebola: «Non sarebbe un investimento appropriato per una grande multinazionale» Per quanto riguarda la sua piccola azienda, invece, il governo federale invece ha supportato la ricerca e promesso di acquistare scorte di farmaci anti-Ebola a scopi anti terroristici. Il BCX4430 è sviluppato in collaborazione con lo US Army Medical Research Institute for Infectious Diseases (USAMRIID). «C’è un mercato, e il mercato è il governo» ha dichiarato Sheridan ad NPR.

Lo USAMRIID, insieme alla Public Health Agency canadese, sta supportando anche lo sviluppo dello ZMAPP, un siero di anticorpi monoclonali prodotto dalla MAPP Biopharmaceutical, una piccola azienda di San Diego. Lo ZMAPP è stato somministrato la scorsa settimana a due medici americani, Kent Brantly e Nancy Writebol, che lavorano con il gruppo missionario cristiano evangelico Samaritan’s Purse. I due si sono ammalati in Liberia, mentre si prendevano cura dei pazienti infetti. Le condizioni di Brantley stavano peggiorando rapidamente, tanto da indurlo a chiamare sua moglie per dirle addio. Nel giro di un’ora gli è stato somministrato il siero sperimentale e le sue condizioni sono migliorate, ha iniziato a respirare meglio e il rash cutaneo si è attenuato. Il mattino successivo è stato in grado di lavarsi da solo e, quando è arrivato negli Stati Uniti dopo essere stato evacuato dalla Liberia, era in grado di scendere dall’ambulanza senza assistenza. La Writebol ha avuto più o meno una sorte simile, dopo l’arrivo ad Atlanta dalla capitale della Liberia.

Chiaramente dobbiamo essere estremamente cauti, non possiamo giungere a conclusioni affrettate riguardo al fatto che sia stato il medicinale a curare i missionari. Il campione di trial clinico è stato, di fatto, solo di due persone, senza alcun gruppo di controllo. A parte questi due casi il medicinale non è mai stato testato ufficialmente sugli umani relativamente alla sicurezza e all’efficacia. E, come con tutte le malattie, una certa percentuale di pazienti, si riprende spontaneamente. Non sappiamo se sia lo Zmapp ad aver causato l’apparente guargione. Tuttavia, non è irrazionale dichiarare che questa serie di eventi dà grosse speranze.

Due degli anticorpi dello Zmapp sono stati originariamente identificati e sviluppati dai ricercatori del National Microbiology Laboratory di Winnipeg e Dreyfus, una “life sciences biodefense company” di Toronto, finanziata dal Canadian Safety and Security Program of Defence R&D Canada. Il terzo anticorpo del cocktail è stato prodotto dalla MappBio in collaborazione con USAMRIDD, i National Institutes of Health e la Defense Threat Reduction Agency. Queste aziende, poi hanno collaborato con la Kentucky Bioprocessing di Owensboro, una compagnia che produce proteine, che è stata acquistata quest’anno da una ditta satellite della RJ Reynolds Tobacco. Qualcuno, nell’apprendere il ruolo del Pentagono e del dipartimento della difesa Canadese, è saltato alle teorie del complotto. In effetti lo Zmapp sembra essere un perfetto cocktail di nemesi pop, dagli OGM alla Big Tobacco, al Pentagono, alle iniezioni che assomigliano un po’ a dei vaccini.

Tuttavia il finanziamento del Dipartimento della Difesa non deve essere visto come negativo. Piuttosto, è indice del fatto che il settore pubblico è superiore al privato nell’innovazione scientifica.

Comunque, non tutte le malattie non proficue sono d’interesse per i colonnelli e per le loro preoccupazioni relative al bioterrorismo. E poi perchè il privato deve arrivare a selezionare tutte le produzioni scientifiche redditizie, lasciando al settore pubblico quelle non proficue?

Se, a causa dell’imperativo categorico di ricerca di profitto a tutti i costi, le industrie farmaceutiche sono strutturalmente incapaci di produrre questi farmaci di cui la società ha bisogno, e il settore pubblico (in questo caso i militari), devono riempire i vuoti di questo fallimento del mercato, allora questo settore deve essere nazionalizzato, permettendo che le rendite dei farmaci ad alta rendita paghino le ricerche e la produzione di quelli non proficui. In una situazione del genere non dovremmo scegliere se dare la priorità alla malaria, alla poliomielite o al morbillo; potremmo occuparci contemporaneamente delle malattie più note e di quelle più rare allo stesso tempo. Non c’è garanzia sul fatto che un sistema totalmente a finanziamento pubblico avrebbe immediatamente successo, ma al momento le case farmaceutiche private non ci stanno nemmeno provando.

Questo è precisamente quello che intendiamo quando diciamo che il capitalismo è un ostacolo per lo sviluppo delle forze produttive. Ciò che ci interessa puntualizzare non è tanto il fatto che il rifiuto della Big Pharma nel fare ricerca e sviluppo per vaccini ed antibiotici di malattie tropicali trascurate è immorale e ingiusto, quanto, piuttosto, il fatto che la produzione di nuove merci e servizi di cui l’umanità intera potrebbe beneficiare è bloccata a causa del libero mercato.

In ogni caso, soffermarsi sulla situazione di vaccini e farmaci – già indubbiamente critica in sé – senza prestare attenzione allo stato della sanità pubblica, delle infrastrutture e delle condizioni economiche generali dell’Africa Occidentale, che contribuiscono all’esplosione di focolai epidemici come Ebola, è pressochè privo di senso. L’ecologista e filogeografo Rob Wallace ha descritto bene come il neoliberismo abbia creato le condizioni ideali per l’epidemia. Guinea, Liberia e Sierra Leone, infatti, sono tra i Paesi più poveri del pianeta, classificandosi rispettivamente 178°, 174° e 177° nello US Development Index. Se un focolaio epidemico del genere, ad esempio, fosse scoppiato in Nord Europa – in nazioni che hanno le migliori infrastrutture sanitarie al mondo – la situazione sarebbe stata estremamente più contenuta rispetto a quella attuale.

Il problema non è riconducibile semplicemente alla scarsità degli ospedali da campo, alla mancanza di adeguate pratiche igieniche negli ospedali esistenti, all’assenza di unità di isolamento specializzate o quantomeno di operatori sanitari altamente qualificati. Non è nemmeno completamente vero che migliori cure di supporto sarebbero decisive per risultati migliori, qualunque sia il trattamento primario disponibile. La diffusione della malattia è stata aggravata anche dalla mancanza delle strutture governative di base che probabilmente, di contro, sarebbero state in grado di limitare il movimento in modo più ampio e capillare, coordinarsi con gli altri governi e gestire le difficoltà logistiche.

L’epidemiologo ed infettivologo Daniel Bausch, che ha lavorato come ricercatore vicino all’epicentro del recente focolaio epidemico di ebola, racconta in un paper pubblicato a luglio su “Neglected Tropical Diseases”, una pubblicazione della Public Library of Science, che «è stato testimone di questo sottosviluppo in prima persona e che in ogni viaggio in Guinea, in ogni spostamento in macchina dalla Guinea alla zona della foresta ha toccato con mano la fatiscenza progressiva delle infrastrutture, delle strade e dei servizi pubblici, i prezzi sempre più alti e la foresta sempre più fitta»

Wallace nota che qui, come in molti altri Paesi, una serie di programmi di miglioramento strutturale siano stati incoraggiati ed applicati da governi Occidentali e istituzioni finanziarie internazionali che richiedono la privatizzazione dei servizi pubblici, il detassamento, e l’orientamento delle colture verso l’esportazione piuttosto che verso l’autosufficienza alimentare. Tutto ciò porta da un lato ad un aumento della fame e della povertà e dall’altro ad un consolidamento delle società straniere sul territorio, che naturalmente limitano l’uso delle terre coltivate da parte dei piccoli agricoltori.

L’ebola è una malattia zoonotica, che si diffonde dagli animali all’uomo (e viceversa). Il 61% delle infezioni nella storia umana sono state zoonotiche, dall’influenza, al colera, all’HIV. Il fattore più rilevante per la crescita della diffusione di infezioni zoonotiche è l’aumento di situazioni in cui esseri umani e fauna selvatica sono in contatto, causato più che altro dall’aumento delle attività umane in zone precedentemente incontaminate. Wallace fa notare quindi che, dal momento che il suddetto intervento delle multinazionali straniere costringe le persone a lasciare le proprie terre senza – di contro – fornire opportunità di lavoro “urbane”, queste sono costrette a spingersi più in profondità nella foresta per trovare selvaggina e altre materie prime utili alla sussistenza, aumentando il rischio di esposizione ad Ebola e ad altri patogeni zoonotici presenti in questi angoli remoti.

Come, tuttavia, sottolinea Bausch: «i fattori ecologici e biologici possono far emergere il virus dalle foreste, ma chiaramente, a stabilire le dimensioni del contagio – un caso isolato o due rispetto ad un’epidemia – sono le condizioni socio-economiche»

Questi risultati sono la conseguenza prevedibile di uno sviluppo incontrollato in zone notoriamente soggette a contagi di tipo zoonotico, senza il tipo di supporto infrastrutturale e di ethos egalitario che ha consentito, ad esempio, al CDC, di eliminare la malaria dal Sud America in una delle sue primissime missioni dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’epidemia di ebola degli ultimi mesi ha reso perfettamente chiara la bancarotta morale del modello di sviluppo farmaceutico esistente. Le lotte per la sanità pubblica negli Stati Uniti e quelle contro la privatizzazione nel resto dell’Occidente sono solo una parte della battaglia. Si dovrebbe, piuttosto, puntare a campagne che chiedano la nazionalizzazione, a livello internazionale, delle industrie farmaceutiche e contemporaneamente denuncino le politiche neoliberali che inficiano la salute pubblica. Si potrebbe prendere esempio dagli attivisti contro HIV/AIDS che operavano tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 come ACT UP o il Treatment Action Group, o dal South Africa’s Treatment Action Campaign degli anni ’00, che univano azioni di disobbedienza civile contro multinazionali e politici ad una rigorosa analisi scientifica delle loro stesse condizioni. Ma stavolta occorre una campagna più vasta, che non interessi una singola malattia ma l’insieme delle mancanze del mercato farmaceutico riguardo allo sviluppo dei vaccini, alla mancanza di sviluppo scientifico in materia di antibiotici, alle malattie tropicali tralasciate. Abbiamo bisogno di un attivismo su basi scientifiche che abbia come ambizioso obiettivo a lungo termine quello della democratizzazione del sistema farmaceutico.

Abbiamo bisogno di una campagna che distrugga le malattie non proficue.