Mese: maggio 2015

Giulia, l’amore e le rivolte

*Avevo scritto questa cosa per un concorso. Non la ho mai inviata, perchè quando la ho riletta subito dopo averla scritta mi faceva schifo, mi sembrava brutta, banale e priva di senso. Ora la ho ritrovata, la ho riletta e mi è sembrata meglio di come mi era sembrata allora, forse perchè non scrivo da troppo tempo. Ve la beccate qui.

(photo credits: lasemiretta.blogspot.com)

Giulia si è innamorata del concetto di rivolta a quindici anni, quando tutto era meraviglioso e pieno di possibilità e le occupazioni dei licei sembravano il preludio ad un mondo nuovo, ad un’utopia possibile, al trionfo della bellezza e della poesia sulla rovina e sul disagio. Più tardi, a diciotto anni, ha abbandonato la monomania e si è data al poliamore concettuale: si è innamorata anche del concetto di mitopoiesi, iniziando a dedicarsi anima e corpo alla costruzione e decostruzione di narrazioni e simbologie. La fase costruttiva di una relazione, quella piena di sogni, progetti per il futuro ed autoproiezioni di sé stessi e dell’oggetto d’amore in una felicità bidimensionale à la Walt Disney Original Movie, non è propria solo dell’amore tra esseri simili, tra due o più individui e i loro corpi, e Giulia, la rivolta e la mitopoiesi ne erano la prova tangibile. Ogni storia d’amore ha una colonna sonora, anche quelle brutte, anche quelle brevi, anche quelle che esistono solo in potenza, nell’immaginazione di uno degli amanti. Giulia e la rivolta hanno una colonna sonora costituita dalla continua reiterazione di un’unica canzone. Non è una di quelle scontate, non è il combat hip hop, il rap da sommossa che non le è mai piaciuto. Giulia ama, e quindi ha scelto una canzone d’amore. Oltretutto c’è un pezzo della canzone che ha scelto che dice «Io amo lei, non la realtà che le sta intorno», e le sembra un meraviglioso protomanifesto politico condensato in dieci parole, oltre che un mantra perfetto per superare i periodi di crisi relazionale, gli abbattimenti, i fallimenti, le rovine e le perdite d’entusiasmo che in effetti, da quando la storia è iniziata, sono stati piuttosto numerosi. Prima ci sono state le narrazioni tossiche, quelle sulle divisioni arbitrarie e sui giudizi di merito, sulle rivolte non violente che vanno bene, e quelle violente che invece vanno male e sono da punire, condannare, mettere in catene, in carcere, manganellare, stordire di lacrimogeni e uccidere, che hanno avuto lo stesso effetto che illazioni su tradimenti mai avvenuti avrebbero su una relazione tra individui, corpi umani, ma Giulia nonostante tutto ha continuato a cercare in sé stessa la forza, il coraggio e l’entusiasmo per percorrere qualsiasi spazio di lotta e d’amore le si presentasse di fronte, con la solita canzone sparata a palla dalle cuffie. Poi ci sono state le disillusioni, i fallimenti, le fragilità, i momenti in cui il terrore che l’utopia restasse sempre e solo utopia conquistava e bloccava, i sensi di colpa, i compagni che le dicevano che i sensi di colpa appartengono sono un retaggio da morale cattolico-borghese e quindi non sono adatti per la rivoluzione, i sensi di colpa per i sensi di colpa, la consapevolezza che le occupazioni dei licei non erano abbastanza. C’è stata la precarietà che contamina e schiaccia ogni relazione sottraendo tempo ed energia agli amori tra individui e a quelli tra individui ed idee più o meno astratte ed è strano, paradossale e controverso, perchè la lotta alla precarietà è una delle basi della relazione tra Giulia e la rivolta ma spesso è una lotta perdente e i bisogni insoddisfatti restano sempre di più di quelli realizzati. Da ragazzina credeva che le lotte fossero fatte di resistenze, adesso ha trent’anni sa perfettamente che si tratta di una canzone di resilienza. Rialzarsi quando si cade, rinconciliarsi con la rivolta nei momenti di buio. Con la stessa canzone d’amore sparata al massimo volume dalle cuffie. Io amo lei, non la realtà che le sta intorno