Mese: dicembre 2015

The eternal darkness of the fucked-up mind

So che l’ultima volta avevo promesso che avrei aggiornato il blog in maniera regolare e so che poi non l’ho fatto, come tutte le altre volte in cui l’avevo promesso. Provo a raccontare perchè e a spiegarvi cosa mi è passato per la testa in tutto questo tempo, non per annoiarvi con i so-called cazzi miei neanche fossimo in un blog di msn dei primi anni ’00, quelli pieni di foto brutte e roba scritta in Comic Sans fuxia, quanto piuttosto per dare valore e mettere in pratica le cose che dico da più di tre anni sulla condivisione dell’autonarrazione come forma di resistenza, che la me stessa di allora era più saggia della me stessa di adesso e quindi forse è meglio starla a sentire.

La verità è che nel videogioco del mio cervello è arrivato il momento di affrontare il BigBoss, il mostro più cattivo di tutti: la depressione. Dire che la ho combattuta sarebbe una stronzata bella e buona, sarebbe ingannare me e voi, perchè combattere è un’altra cosa. Diciamo che sono rimasta inerme a soccombere agli eventi e a piangermi addosso per mesi senza riuscire a reagire, col risultato di sembrare e sentirmi più patetica di Sansa Stark in Game of Thrones prima che [spoiler] riuscisse a scappare via con Theon (e Sansa Stark è un personaggio che mi fa davvero schifo, per inciso). E soprattutto, col risultato di far arrabbiare terribilmente la me di qualche anno fa, quella che parlava di resistenza, quella forte, quella che nonostante tutti i problemi con il suo corpo era assolutamente sicura del suo cervello e del modo in cui il suo cervello si relazionava ai cervelli altrui, compresi cervelli molto interessanti.

Per un po’ ho provato a conviverci, ad accettare il fatto che il disagio fosse semplicemente un aspetto della mia vita, ma funziona un po’ come quando per fare il democratico ti ritrovi a dover accettare che i fascisti abbiano diritto di parola e poi succede che i fascisti prendono piede e tu hai sempre meno spazio e sempre più paura. La weirdness e la tristezza temporanea sono meravigliose ma la depressione è un’altra cosa, è un regime totalitario umorale che non lascia spazio a nient’altro. Ti fa credere di essere spiacevole, noioso, detestabile, sciocco, insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini, e ti convinci così tanto che le cose che pensi su di te siano una verità assoluta che inizi a credere che anche gli altri debbano necessariamente vederti nel modo in cui ti vedi tu e che quando ti dicono il contrario stiano mentendo solo per essere diplomatici e che vogliano passare del tempo a parlare con te solo perchè gli fai terribilmente pena e sei diventato la loro buona azione periodica. Inizi ad allontanarti da tutti in modo più o meno brusco e l’alienazione ti fa sentire ancora più spiacevole, noioso, detestabile, sciocco insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini.

La cosa peggiore è che quando trovi qualcuno così paziente da riuscire a starti ancora dietro non fai che parlargli di quanto stai male, da bravo stronzo egocentrico. Non ti importa dei problemi del qualcuno in questione, i tuoi saranno sempre peggiori. Gli racconti quanto stai male non per condividere ma per autocommiserarti, per sentirti dire che non sei una persona orribile, che quello che pensi non è vero eccetera eccetera salvo poi pensare che qualunque cosa ti venga detta è falsa, pietistica. Rovini tutto, rovini tutti e ti odi per questo, ti odi ancora di più.

Provi a ripeterti che ehi, è una cosa che condividi con un sacco di personaggi dei tuoi film e serie tv preferiti e poi ci sono Ian Curtis, David Foster Wallace, Elliot Smith e Sylvia Plath, per citarne solo quattro a caso. Con Wallace in particolare senti di condividere alcuni processi mentali: alcune circonvoluzioni dei tuoi pensieri ti sembrano avere lo stesso meccanismo delle note e delle sottonote di Infinite Jest. Te lo ripeti per darti forza. Ti dici che se il disagio che vivi fa venire fuori cose come Unknown Pleasures o Infinite Jest e se ci fanno dei film belli come Fuoco Fatuo di Malle e lo appioppano a personaggi qua e là magari anche tu puoi riuscire a sfruttare questo stare così male per sembrare una persona interessante e profonda, perchè pensi alle cose così tanto che hai iniziato a pensare pure un sacco di cose irrazionali e a queste cose irrazionali ti ci aggrappi, quando pensi che possano servire a farti sentire meglio. Peccato che quando poi ti rendi conto che le cose a cui ti eri aggrappato erano irrazionali finisci per stare peggio.

Non scrivi perchè quello che scrivi ti fa schifo, ti sembra terribile, patetico. Al massimo scrivi di cose che non riguardano te, nei periodi in cui stai un po’ meglio, provi a rendere la tua iperanaliticità un punto di forza ma non ci metti niente di veramente tuo in quella roba, e in ogni caso la rileggi a due giorni di distanza dalla pubblicazione e ti fa già schifo.

Come se ne esce? Non ne ho la minima idea, non so nemmeno se sia possibile uscirne e per quanto possa sembrare spaventoso da un lato e patetico dall’altro a salvarmi più volte dall’optare per una soluzione definitiva non è mai stata la voglia di vivere, quanto piuttosto la paura di morire. Ho deciso, però, di provare a lottare e di provare a collettivizzare la lotta, a trasformarla in una lotta politica. Deleuze diceva che «Ciò che implica tristezza, esprime un tiranno» e aveva ragione, vale anche per il totalitarismo psichico della depressione. Ancora una volta l’autonarrazione, la condivisione consapevole e non autocommiserativa farà resistenza.