L’economia politica dell’ebola

[Quella che segue è la traduzione – assolutamente non letterale e decisamente pedestre – di un articolo pubblicato su Jacobin il 13 agosto scorso. L’autrice dell’articolo, Leigh Phillips si occupa di giornalismo scientifico e di affari europei. I suoi scritti sono stati pubblicati su Nature, sul Guardian, sullo Scientific Observer, su EUObserver e sul Daily Telegraph. Personalmente non condivido in toto il punto di vista dell’autrice: dissento soprattutto per quanto riguarda l’insistenza in positivo e in maniera quasi completamente acritica sul ruolo dei governi, del CDC, e degli apparati militari. Dissento anche sulle differenze sottotraccia che l’autrice delinea tra “buon capitalismo/capitalismo etico” e “capitalismo incontrollato”. Tuttavia, ritengo comunque questo articolo importante come base di partenza per una riflessione più ampia sull’ebola che non è – come veniamo indotti a credere dai media nostrani – una fatalità e che dovrebbe indurci a parlare di ben altri temi rispetto allo sterile dibattito razzista che si è sollevato intorno alla questione]

 

 

L’ebola è un problema che non può essere risolto, perchè la soluzione del problema non creerebbe profitto.

“The Onion”, come al solito è sul pezzo, quanto a copertura della recente epidemia di ebola – la peggiore che si ricordi, nonché la prima in Africa Occidentale – che ha infettato 1779 persone e ne ha uccise almeno 961. “Gli esperti: il vaccino per l’ebola è distante almeno cinquanta bianchi”, scrivevano in uno dei taglienti titoli del 31 luglio scorso. E’ piuttosto evidente, quindi, che se gli infetti fossero bianchi, il problema sarebbe risolto più facilmente. Tuttavia, si parla poco o niente delle responsabilità dei mercati, sia per quanto riguarda il rifiuto delle case farmaceutiche ad investire nella ricerca che per quanto riguarda le condizioni di base, che facilitano la diffusione di epidemie di tale portata e sono indiscutibilmente create dalle politiche neoliberali.

Il razzismo è un fattore certo. Jeremy Farrar, infettivologo e presidente del Wellcome Trust, uno dei più importanti enti mondiali di beneficenza per la ricerca scientifica, ha dichiarato al Toronto Star: «Immaginate di prendere in considerazione una zona del Canada, dell’Europa, o degli Stati Uniti e di avere 450 persone morte di una febbre emorragica virale. Sarebbe inaccettabile. Ed è altrettanto inaccettabile in Africa Occidentale». Ha poi fatto notare come un vaccino sperimentale per l’ebola creato in Canada su basi emergenziali, è stato usato per un ricercatore tedesco nel 2009 in seguito ad un incidente in laboratorio. «Abbiamo smosso cielo e terra per un tecnico di laboratorio tedesco. Perchè è diverso adesso che si tratta dell’Africa Occidentale?»

L’ebola è un problema che non può essere risolto perchè l’eventuale soluzione non creerebbe profitto. Non è una malattia proficua. Ci sono stati circa 2400 morti da quando l’ebola è stata identificata nel 1976. Le principali case farmaceutiche sono perfettamente consapevoli del fatto che il mercato per eventuali strategie terapeutiche contro l’ebola sarebbe esiguo mentre i costi dello sviluppo di tali trattamenti rimarrebbero significativi. Oltretutto, in termini puramente quantitativi, qualcuno potrebbe (forse a ragione) far notare la problematicità del focalizzarsi troppo sull’ebola che tutto sommato uccide molto meno rispetto alla malaria (300.000 morti dall’inizio dell’epidemia di ebola) o della tubercolosi (600.000).

Tuttavia si può partire dalle implicazioni economiche del ritardo nello sviluppo di terapie per l’ebola per spiegare anche l’assenza di ricerca riguardo alle terapie per altre malattie come quelle sopra citate.

In realtà nell’ultimo decennio si è avuto un avanzamento incredibile nella ricerca di terapie per l’ebola, soprattutto nella ricerca statale e da parte di piccole biotech companies finanziate parzialmente da fondi pubblici, con una varietà – almeno sulla carta – di protocolli terapeutici, da quelli basati sugli acidi nucleici, a quelli basati sugli anticorpi, e una serie di vaccini – cinque dei quali sono stati testati con successo sui primati. Anthony Fauci, a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha dichiarato, più volte nelle ultime due settimane, che il vaccino per l’ebola sarebbe vicinissimo se non fosse per l’avidità delle multinazionali. «Abbiamo lavorato allo sviluppo di un vaccino per l’ebola, ma nessuna casa farmaceutica lo acquisterà mai», ha dichiarato ad Usa Today. «Abbiamo un candidato, lo abbiamo inoculato nelle scimmie e ci è sembrato buono, ma dal punto di vista delle case farmaceutiche non c’è alcun vantaggio nel produrre un vaccino per qualche piccolo focolaio epidemico ogni trenta o quarant’anni», ha dichiarato a Scientific American.

Quasi tutti gli addetti ai lavori affermano che il know-how, relativamente al vaccino, esiste. L’unico problema è che le epidemie sono troppo rare e con pochi infetti da rendere lo sviluppo utile – dal punto di vista del profitto – per le case farmaceutiche.

«I focolai epidemici colpiscono le comunità più povere del pianeta. Anche quando creano agitazione, sono eventi relativamente rari.», ha dichiarato al magazine Vox Daniel Bausch, direttore dell’Emerging Infections Department del Naval Medical Research Unit Six (NAMRU-6), un laboratorio di ricerca biomedica di Lima, in Perù. «Quindi, se si guarda la questione dal punto di vista dell’interesse delle case farmaceutiche, non c’è alcun entusiasmo nel concludere un trial per un farmaco per l’ebola o sviluppare un vaccino per l’ebola che verrebbe usato solo da poche centinaia di migliaia di persone.»

John Ashton, presidente della UK Faculty of  Public Health ha scritto un articolo al vetriolo a riguardo domenica scorsa sull’Independent denunciando «lo scandalo relativo alla mancanza di volontà delle case farmaceutiche nell’investire nella ricerca per produrre cure e vaccini perchè i numeri coinvolti, secondo i loro metri di giudizio, sono troppo piccoli e non giustificano l’investimento.» Ha concluso l’articolo dichiarando che «Questa è la bancarotta morale del capitalismo che agisce senza basi etiche e sociali.»

Questa situazione non è riferibile solo all’ebola. Per trent’anni le grandi case farmaceutiche hanno rifiutato di avviare ricerche relativamente a nuove classi di antibiotici. A causa di questo vuoto, dal punto di vista delle nuove scoperte, i medici prevedono che nel giro di vent’anni non avremo più farmaci efficaci contro le infezioni di routine. Allo stesso modo, anche molte tecniche e invenzioni introdotte dal 1940 in poi diventeranno obsolete perchè dipendono dalla presenza di un’adeguata protezione antimicrobica. L’allungamento dell’aspettativa di vita degli ultimi cinquant’anni dipende da molti fattori ma sicuramente senza antibiotici non sarebbe stato possibile, considerando che prima della loro introduzione le infezioni batteriche erano una delle cause di morte più frequenti. Ad aprile l’OMS ha provato a tracciare i valori di resistenza batterica agli antibiotici in tutto il mondo ed i risultati sono stati definiti “allarmanti”. Hanno dichiarato che «Questo problema non è più solo una previsione per il futuro, sta succedendo adesso in ogni zona del mondo e può colpire chiunque, ad ogni età ed in ogni Paese».

Come le stesse case farmaceutiche affermano, semplicemente non avrebbe senso – per loro – investire una cifra stimata ad 870 milioni di dollari su prodotti che la gente usa poche volte nel corso della vita, quando ha un’infezione, piuttosto che investire la stessa cifra nello sviluppo di farmaci ad alta rendita economica, come quelli per le malattie croniche (diabete o cancro) che i pazienti devono prendere ogni giorno, praticamente per tutta la vita.Ogni anno negli Stati Uniti, secondo il CDC, quasi due milioni di persone vengono infettate da batteri antibiotico-resistenti. Di queste, circa 23.000 muoiono.

La situazione, per quanto riguarda lo sviluppo di nuovi vaccini, è pressochè identica. A differenza dei farmaci per l’asma o dell’insulina, che vengono assunti per decenni, i vaccini di solito richiedono una o due dosi nel corso della vita. Da qualche decennio, quindi, molte case farmaceutiche hanno praticamente abbandonato la ricerca e produzione di nuovi vaccini. La situazione è così critica che dal 2003 negli Stati Uniti si registrano casi di scarsità di molti vaccini infantili e il CDC ha un sito web apposito in cui tenere traccia delle carenze e dei ritardi nella produzione dei vaccini.

Almeno, a differenza del caso Ebola, dove non provvede il mercato, interviene il dipartimento della difesa, mettendo da parte i principi del libero mercato nell’interesse della sicurezza nazionale.

Il virologo Thomas Geisbert della University of Texas Medical Branch at Galveston ha parlato allo Scientific American della sua speranza riguardo al vaccino VSV, una delle opzioni più promettenti contro Ebola: «Stiamo provando a raccogliere fondi per i test sull’uomo…ma dipende davvero tutto dal supporto finanziario per le piccole aziende che sviluppano questi vaccini. I test sull’uomo sono costosi e richiedono un sacco di fondi governativi. Per l’Ebola, il mercato globale è piccolo – non è proficuo per le grandi case farmaceutiche produrre un vaccino, così c’è bisogno di fondi governativi»

William Sheridan, direttore della BioCryst Pharmaceutical, che ha sviluppato il farmaco antivirale BCX4430, descrive l’inghippo finanziario relativo alla ricerca e allo sviluppo di una cura per l’ebola: «Non sarebbe un investimento appropriato per una grande multinazionale» Per quanto riguarda la sua piccola azienda, invece, il governo federale invece ha supportato la ricerca e promesso di acquistare scorte di farmaci anti-Ebola a scopi anti terroristici. Il BCX4430 è sviluppato in collaborazione con lo US Army Medical Research Institute for Infectious Diseases (USAMRIID). «C’è un mercato, e il mercato è il governo» ha dichiarato Sheridan ad NPR.

Lo USAMRIID, insieme alla Public Health Agency canadese, sta supportando anche lo sviluppo dello ZMAPP, un siero di anticorpi monoclonali prodotto dalla MAPP Biopharmaceutical, una piccola azienda di San Diego. Lo ZMAPP è stato somministrato la scorsa settimana a due medici americani, Kent Brantly e Nancy Writebol, che lavorano con il gruppo missionario cristiano evangelico Samaritan’s Purse. I due si sono ammalati in Liberia, mentre si prendevano cura dei pazienti infetti. Le condizioni di Brantley stavano peggiorando rapidamente, tanto da indurlo a chiamare sua moglie per dirle addio. Nel giro di un’ora gli è stato somministrato il siero sperimentale e le sue condizioni sono migliorate, ha iniziato a respirare meglio e il rash cutaneo si è attenuato. Il mattino successivo è stato in grado di lavarsi da solo e, quando è arrivato negli Stati Uniti dopo essere stato evacuato dalla Liberia, era in grado di scendere dall’ambulanza senza assistenza. La Writebol ha avuto più o meno una sorte simile, dopo l’arrivo ad Atlanta dalla capitale della Liberia.

Chiaramente dobbiamo essere estremamente cauti, non possiamo giungere a conclusioni affrettate riguardo al fatto che sia stato il medicinale a curare i missionari. Il campione di trial clinico è stato, di fatto, solo di due persone, senza alcun gruppo di controllo. A parte questi due casi il medicinale non è mai stato testato ufficialmente sugli umani relativamente alla sicurezza e all’efficacia. E, come con tutte le malattie, una certa percentuale di pazienti, si riprende spontaneamente. Non sappiamo se sia lo Zmapp ad aver causato l’apparente guargione. Tuttavia, non è irrazionale dichiarare che questa serie di eventi dà grosse speranze.

Due degli anticorpi dello Zmapp sono stati originariamente identificati e sviluppati dai ricercatori del National Microbiology Laboratory di Winnipeg e Dreyfus, una “life sciences biodefense company” di Toronto, finanziata dal Canadian Safety and Security Program of Defence R&D Canada. Il terzo anticorpo del cocktail è stato prodotto dalla MappBio in collaborazione con USAMRIDD, i National Institutes of Health e la Defense Threat Reduction Agency. Queste aziende, poi hanno collaborato con la Kentucky Bioprocessing di Owensboro, una compagnia che produce proteine, che è stata acquistata quest’anno da una ditta satellite della RJ Reynolds Tobacco. Qualcuno, nell’apprendere il ruolo del Pentagono e del dipartimento della difesa Canadese, è saltato alle teorie del complotto. In effetti lo Zmapp sembra essere un perfetto cocktail di nemesi pop, dagli OGM alla Big Tobacco, al Pentagono, alle iniezioni che assomigliano un po’ a dei vaccini.

Tuttavia il finanziamento del Dipartimento della Difesa non deve essere visto come negativo. Piuttosto, è indice del fatto che il settore pubblico è superiore al privato nell’innovazione scientifica.

Comunque, non tutte le malattie non proficue sono d’interesse per i colonnelli e per le loro preoccupazioni relative al bioterrorismo. E poi perchè il privato deve arrivare a selezionare tutte le produzioni scientifiche redditizie, lasciando al settore pubblico quelle non proficue?

Se, a causa dell’imperativo categorico di ricerca di profitto a tutti i costi, le industrie farmaceutiche sono strutturalmente incapaci di produrre questi farmaci di cui la società ha bisogno, e il settore pubblico (in questo caso i militari), devono riempire i vuoti di questo fallimento del mercato, allora questo settore deve essere nazionalizzato, permettendo che le rendite dei farmaci ad alta rendita paghino le ricerche e la produzione di quelli non proficui. In una situazione del genere non dovremmo scegliere se dare la priorità alla malaria, alla poliomielite o al morbillo; potremmo occuparci contemporaneamente delle malattie più note e di quelle più rare allo stesso tempo. Non c’è garanzia sul fatto che un sistema totalmente a finanziamento pubblico avrebbe immediatamente successo, ma al momento le case farmaceutiche private non ci stanno nemmeno provando.

Questo è precisamente quello che intendiamo quando diciamo che il capitalismo è un ostacolo per lo sviluppo delle forze produttive. Ciò che ci interessa puntualizzare non è tanto il fatto che il rifiuto della Big Pharma nel fare ricerca e sviluppo per vaccini ed antibiotici di malattie tropicali trascurate è immorale e ingiusto, quanto, piuttosto, il fatto che la produzione di nuove merci e servizi di cui l’umanità intera potrebbe beneficiare è bloccata a causa del libero mercato.

In ogni caso, soffermarsi sulla situazione di vaccini e farmaci – già indubbiamente critica in sé – senza prestare attenzione allo stato della sanità pubblica, delle infrastrutture e delle condizioni economiche generali dell’Africa Occidentale, che contribuiscono all’esplosione di focolai epidemici come Ebola, è pressochè privo di senso. L’ecologista e filogeografo Rob Wallace ha descritto bene come il neoliberismo abbia creato le condizioni ideali per l’epidemia. Guinea, Liberia e Sierra Leone, infatti, sono tra i Paesi più poveri del pianeta, classificandosi rispettivamente 178°, 174° e 177° nello US Development Index. Se un focolaio epidemico del genere, ad esempio, fosse scoppiato in Nord Europa – in nazioni che hanno le migliori infrastrutture sanitarie al mondo – la situazione sarebbe stata estremamente più contenuta rispetto a quella attuale.

Il problema non è riconducibile semplicemente alla scarsità degli ospedali da campo, alla mancanza di adeguate pratiche igieniche negli ospedali esistenti, all’assenza di unità di isolamento specializzate o quantomeno di operatori sanitari altamente qualificati. Non è nemmeno completamente vero che migliori cure di supporto sarebbero decisive per risultati migliori, qualunque sia il trattamento primario disponibile. La diffusione della malattia è stata aggravata anche dalla mancanza delle strutture governative di base che probabilmente, di contro, sarebbero state in grado di limitare il movimento in modo più ampio e capillare, coordinarsi con gli altri governi e gestire le difficoltà logistiche.

L’epidemiologo ed infettivologo Daniel Bausch, che ha lavorato come ricercatore vicino all’epicentro del recente focolaio epidemico di ebola, racconta in un paper pubblicato a luglio su “Neglected Tropical Diseases”, una pubblicazione della Public Library of Science, che «è stato testimone di questo sottosviluppo in prima persona e che in ogni viaggio in Guinea, in ogni spostamento in macchina dalla Guinea alla zona della foresta ha toccato con mano la fatiscenza progressiva delle infrastrutture, delle strade e dei servizi pubblici, i prezzi sempre più alti e la foresta sempre più fitta»

Wallace nota che qui, come in molti altri Paesi, una serie di programmi di miglioramento strutturale siano stati incoraggiati ed applicati da governi Occidentali e istituzioni finanziarie internazionali che richiedono la privatizzazione dei servizi pubblici, il detassamento, e l’orientamento delle colture verso l’esportazione piuttosto che verso l’autosufficienza alimentare. Tutto ciò porta da un lato ad un aumento della fame e della povertà e dall’altro ad un consolidamento delle società straniere sul territorio, che naturalmente limitano l’uso delle terre coltivate da parte dei piccoli agricoltori.

L’ebola è una malattia zoonotica, che si diffonde dagli animali all’uomo (e viceversa). Il 61% delle infezioni nella storia umana sono state zoonotiche, dall’influenza, al colera, all’HIV. Il fattore più rilevante per la crescita della diffusione di infezioni zoonotiche è l’aumento di situazioni in cui esseri umani e fauna selvatica sono in contatto, causato più che altro dall’aumento delle attività umane in zone precedentemente incontaminate. Wallace fa notare quindi che, dal momento che il suddetto intervento delle multinazionali straniere costringe le persone a lasciare le proprie terre senza – di contro – fornire opportunità di lavoro “urbane”, queste sono costrette a spingersi più in profondità nella foresta per trovare selvaggina e altre materie prime utili alla sussistenza, aumentando il rischio di esposizione ad Ebola e ad altri patogeni zoonotici presenti in questi angoli remoti.

Come, tuttavia, sottolinea Bausch: «i fattori ecologici e biologici possono far emergere il virus dalle foreste, ma chiaramente, a stabilire le dimensioni del contagio – un caso isolato o due rispetto ad un’epidemia – sono le condizioni socio-economiche»

Questi risultati sono la conseguenza prevedibile di uno sviluppo incontrollato in zone notoriamente soggette a contagi di tipo zoonotico, senza il tipo di supporto infrastrutturale e di ethos egalitario che ha consentito, ad esempio, al CDC, di eliminare la malaria dal Sud America in una delle sue primissime missioni dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’epidemia di ebola degli ultimi mesi ha reso perfettamente chiara la bancarotta morale del modello di sviluppo farmaceutico esistente. Le lotte per la sanità pubblica negli Stati Uniti e quelle contro la privatizzazione nel resto dell’Occidente sono solo una parte della battaglia. Si dovrebbe, piuttosto, puntare a campagne che chiedano la nazionalizzazione, a livello internazionale, delle industrie farmaceutiche e contemporaneamente denuncino le politiche neoliberali che inficiano la salute pubblica. Si potrebbe prendere esempio dagli attivisti contro HIV/AIDS che operavano tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 come ACT UP o il Treatment Action Group, o dal South Africa’s Treatment Action Campaign degli anni ’00, che univano azioni di disobbedienza civile contro multinazionali e politici ad una rigorosa analisi scientifica delle loro stesse condizioni. Ma stavolta occorre una campagna più vasta, che non interessi una singola malattia ma l’insieme delle mancanze del mercato farmaceutico riguardo allo sviluppo dei vaccini, alla mancanza di sviluppo scientifico in materia di antibiotici, alle malattie tropicali tralasciate. Abbiamo bisogno di un attivismo su basi scientifiche che abbia come ambizioso obiettivo a lungo termine quello della democratizzazione del sistema farmaceutico.

Abbiamo bisogno di una campagna che distrugga le malattie non proficue.

 

Due dita in gola #5 – Michela Marzano, Tara Lynn e la biopolitica

Qualcun* avrà pensato che avremmo apprezzato. Qualcun’altr* avrà addirittura apprezzato in prima persona.  Li sento senza averli mai sentiti.

«Non era quello che volevate? Capovolgere la società dell’immagine, creare nuovi canoni estetici. Non era quello che volevate, questa cosa delle modelle grasse?»

Questa cosa delle modelle grasse (per inciso, so che non si dice “grasse”, so che curvy sarebbe più politically correct, ma su questo blog dell’ipocrisia del politically correct se ne fa sempre a meno più che volentieri) è una notizia che spopolava un mese fa o giù di lì, quelle stronzate da colonna destra di Repubblica e affini. Tara Lynn è la più famosa, ma ce ne sono anche altre. Alcune sono finite addirittura sul calendario Pirelli e la notizia, nello specifico, era su quello. SDOGANATE LE DONNE CURVY! con tanto di foto di queste tizie e articoli lunghissimi su quanto tutto ciò avrebbe fatto bene alle ragazze con disturbi dell’alimentazione e alla loro autostima.

Non mi fa piacere. Non era quello che volevo. Quanto a fare bene alle ragazze con DCA e alla loro autostima, cazzate. Il punto è che Tara Lynn e le altre non sono meno irreali (e probabilmente anche non meno photoshoppate) del prototipo classico di modella da copertina di Vogue: nel mondo reale, una ragazza grassa che non abbia anche brufoli, cellulite e inestetismi vari, è un caso su mille, è molto fortunata. Tanto per chiarire, non sto dicendo che sono assolutamente contro le modelle grasse e che non dovrebbero esistere, sto dicendo che la narrazione mediatica “modella curvy = toccasana per le ragazze con DCA” è falsa e dannosa quanto il suo esatto opposto, se non di più (roba alla “Allora il mio problema non è essere grassa, sono proprio io ad essere sbagliata”, e risvolti potenziali addirittura peggiori, quanto a gravità, rispetto ai disturbi dell’alimentazione stessi).

Se da un lato c’è chi pensa, banalizzando, che basta la foto di una modella di novanta chili sul calendario Pirelli, comunque, dall’altro va anche peggio: ci sono Michela Marzano e socie che come unica soluzione propongono la criminalizzazione (si parla addirittura di carcere) delle blogger che parlano di anoressia e bulimia facendole passare per cose fighe o giù di lì (se la cosa dovesse passare e la signora Marzano + socie dovessero incappare in questo post, siccome sono sicura all’ottanta per cento che lo fraintenderanno, portatemi qualcosa da leggere in carcere, pls).

La signora Marzano è una docente di filosofia e dovrebbe conoscere Foucault e la biopolitica più di quanto non lo conosca io.  La signora Marzano, da quel che racconta, ha anche sofferto di disturbi del comportamento alimentare come la sottoscritta e come tante altre persone. Possibile che l’unica via d’uscita che riesca a concepire è quella di normare ulteriormente i corpi, di criminalizzare, di sorvegliare e punire – per restare su Foucault- quando invece, soprattutto quando si vivono percorsi del genere, diventa chiaro che l’unica via d’uscita collettiva possibile è liberare i corpi ed iniziare a viverli in maniera più consapevole? Io non ho iniziato a vomitare perchè ho letto blog di ragazze bulimiche o anoressiche che spiegavano quanto fossero fighe la bulimia o l’anoressia e soprattuto, se venissi a sapere che hanno arrestato (?) una blogger perchè ha scritto di sentirsi meglio dopo aver perso trenta chili mangiando e vomitando, non mi sentirei meglio. Mi sentirei peggio, mi sentirei addirittura spaventata, perchè in parte è quello che è successo anche a me, e raccontarlo, l’autonarrazione, è l’unica cosa che mi fa stare meglio. E l’autonarrazione DEVE essere necessariamente omnicomprensiva, non posso autocensurarmi e parlare solo di quanto faccia schifo la bulimia, devo necessariamente parlare anche della gente che mi diceva “Come stai bene, come sei dimagrita?” dopo i primi mesi passati a mangiare e vomitare sistematicamente. Non posso autocensurarmi, e non posso permettere che altri lo facciano.

Quanto alla signora Marzano & amiche, lo so che di questi tempi va di moda solo la criminalizzazione di tutto e tutti a cazzo di cane e che invece il welfare non lo caga più nessuno (o probabilmente non l’ha mai cagato nessuno), ma magari sarebbe stato più utile proporre finanziamenti ai CSM e ai consultori, campagne di supporto psicologico all’interno delle scuole superiori e roba del genere. E invece, come al solito, è tutta aria fritta.

Le vite degli altri

“Le vite degli altri” è un bel film del 2006 ambientato a metà degli anni ’80 a Berlino Est e parla di guerra fredda, Stasi e spionaggio, per farla molto molto breve.  Quando lo ho visto mi sono immaginata una versione 2010 del film un po’ più triste, squallida e noiosa ambientata su Facebook e mi sono ricordata di tutto ciò quando, circa un mese fa,  è venuta fuori la storia dello studio sull’umore di un campione di utenti pilotato in maniera scientifica. Fare da cavie inconsapevoli è indubbiamente una merda, tuttavia, chiarito ciò, credo vada fatta una riflessione sul ruolo reale dei social network sull’umore individuale e collettivo e sullo stato di alienazione sociale crescente. Sono davvero il diavolo, la fonte di ogni male, la morte dell’interazione reale e via discorrendo?

Vista la complessità dell’argomento, proverò a rendere più organica la riflessione in merito dividendola per punti.

1) L’identità virtuale

«Look, as sentient meat, however illusory our identities are, we craft those identities by making value judgments: everybody judges, all the time.»

(Rust Cohle, True Detective)

Il corpo costituisce uno dei più importanti elementi di divergenza tra quello che, semplificando e banalizzando, possiamo definire “il mondo reale” e la virtualità (e l’immagine fotografica, selfie o non selfie che sia, è sempre e comunque diversa dal corpo materiale, ne è solo una riproduzione, mai completamente fedele). Se da un lato – come vedremo di seguito – l’assenza del fattore “corpo” nel virtuale può avere risvolti positivi sull’umore, analizzando la questione da una prospettiva più o meno convergente con quella di Rust Cohle, otteniamo un risultato completamente opposto, che ci porterebbe a pensare la non-corporeità come un problema. Quando il concetto di identità diventa culturalmente labile ed incerto, come tendenzialmente è successo in questo ultimo secolo, il corpo, questo ammasso di carne senziente, resta l’ elemento più valido che la nostra coscienza ha per autoaffermarsi, l’unico elemento che separa in maniera chiara, netta, e più o meno inequivocabile l’Io dal Non-Io.

La non-corporeità del virtuale, la mancanza di limiti netti tra l’Io e il Non-Io, dunque, è disorientante e il più delle volte induce a cercare mezzi di autoaffermazione più o meno validi. La prima conseguenza naturale di ciò è che i value judgements di cui parla Rust Cohle (Pizzolatto, in realtà) nel virtuale diventano ancora più importanti di quanto non avvenga nel mondo materiale,  fino a configurarsi come una delle basi fondanti del concetto di social network (il Like di Facebook o il Preferito di Twitter, sostanzialmente, non sono altro che value judgments). Il primo aspetto problematico di questa centralità dei value judgments come mezzo di autoaffermazione nel web è la tendenza a sentire la necessità di esprimere la propria opinione anche su argomenti che normalmente non interesserebbero o di cui comunque non si sa molto. Il secondo punto critico insorge quando il giudizio sconfina nella prevaricazione, quando l’affermazione della propria identità virtuale prevede l’annientamento di quelle altrui, ed è una cosa che succede piuttosto spesso: si passa dal flame episodico al vero e proprio cyberbullismo conclamato.

2) Doppia identità

«People out here, it’s like they don’t even know the outside world exists»

(Rust Cohle, True Detective. again)

Bypassiamo la mia ormai evidente cotta virtuale per Rust Cohle e andiamo ad analizzare quello che, ad una prima analisi superficiale, sembrerebbe essere il grosso vantaggio garantito dalla suddetta non-corporeità del web: se si intende il corpo non come un’ancora tra identità e realtà ma, piuttosto, secondo una visione piuttosto diffusa, come una gabbia che limita le reali potenzialità dell’ego, si capisce piuttosto chiaramente quale sia il vantaggio in questione. La non-corporeità, quindi, ha l’effetto di cancellare le insicurezze relazionali legate alla percezione della propria immagine-corpo ma anche quello, meno immediato, di dilatare le percezioni spazio-temporali, impedendo o comunque rendendo più difficile avere una visione chiara del rapporto causa-effetto (v. ad esempio la differenza del rapporto in termini spazio-temporali e causali tra uno scontro verbale insulto/reazione/difesa reale e uno nel web).

Questo vantaggio, tuttavia, è solo apparente: soprattutto in casi in cui l’insicurezza legata alla percezione del corpo è molto marcata, sul lungo periodo il solco tra il modo di rapportarsi al prossimo e a sè stessi nel web e il modo materiale rischia di diventare molto profondo e quindi problematico e confusionario.

La vera personalità di un individuo è quella che dimostra di avere nel web o quella che dimostra di avere nel piano materiale? Considerando quanto sia sfaccetato e non riducibile ad una definizione univoca il concetto di personalità già di base, dare una risposta univoca a questa domanda è pressochè impossibile. Tuttavia il corpo, questo ammasso di carne senziente, esiste, e i tentativi di cancellarlo e non considerarlo sul lungo periodo diventano vana auto-illusione.

3) Effetto Her

«Is that weird? You think I’m weird?»
«Kind of.»
«Why?»
«Well, you seem like a person but you’re just a voice in a computer»

(Her, Spike Jonze)

Questo paragrafo è pressochè un corollario del precedente. Il titolo, invece, è una citazione-omaggio al film di Spike Jonze, Her (mi rifiuto di scrivere il titolo italiano, ndr) che – per chi non l’ha visto – parla di una strana storia d’amore tra uno scrittore di lettere su commissione e l’AI del sistema operativo di un computer. L’argomento è l’innamoramento via Facebook, o comunque l’innamoramento virtuale. Qualcuno, non troppo tempo fa, sosteneva che l’innamoramento virtuale fosse più “puro” e sincero rispetto a quelli reali, proprio perchè mancando il fattore corpo (si torna sempre, inevitabilmente, lì) viene a mancare il fattore attrazione fisica e ci si trova, quindi, di fronte ad un’attrazione totalmente mentale.

Non so quanto sia vero anche se tendenzialmente penso che l’innamoramento non possa prescindere dall’accettazione della dimensione-corpo dell’altro, tuttavia il problema è che nell’ottica del concetto di doppia identità esposto nel paragrafo precedente, l’innamoramento virtuale non solo non è puro, ma rischia di essere addirittura falso e problematico sia per chi viene idealizzato che per chi idealizza. Nello specifico, chi viene idealizzato, rischia di sentire ancora di più la discrepanza tra il proprio modo di porsi nel web e quello del mondo materiale mentre, di contro, chi idealizza, tende a perdere il contatto con la realtà relazionale da cui è circondat* o ad avere sempre meno interesse ad affrontarla (e tra l’altro questo punto, per chi ha avuto modo di vedere il film citato, risulterà lampante)

4) Conclusioni

«This place is like somebody’s memory of a town, and the memory is fading… it’s like there was never anything here but jungle.»

(Rust Cohle, True Detective…e 3)

Dopo l’intermezzo “Her” ritorno a “True Detective” per compensare un titolo del paragrafo abbastanza pessimo. Per il resto, credo che prima di provare a tirare le fila di tutte queste riflessioni sparse sia necessario chiarire la relazione intercorrente tra la realtà materiale e quella virtuale. Personalmente, i discorsi dai quali il web emerge come un universo a parte rispetto a quello materiale o – peggio – le locuzioni come il popolo del web mi hanno sempre lasciata piuttosto perplessa: il web è una porzione  sempre più consistente del mondo materiale, non un mondo a parte, e il popolo del web, a meno che qualcuno non abbia scoperto un popolo di omini alti tre centimetri che vive nei modem, non è altro rispetto al resto-del-mondo. La conseguenza di ciò è che qualsiasi discorso intorno alle problematiche del virtuale – dai social network a tutto il resto – non può prescindere da un’analisi sociale più ampia e generica. I fenomeni di web addiction, ad esempio,  andrebbero analizzati con gli stessi presupposti sociali che si usavano per le analisi sull’incremento del consumo di eroina e cocaina negli ultimi decenni del secolo scorso.

Il discorso, in ogni caso, è lungo e complesso e c’è ancora molto da discutere e scrivere a riguardo. Tuttavia, il punto, è che per iniziare a vivere le relazioni sociali nel virtuale in un modo più sano, dovremmo imparare a non sottovalutare, da un lato, l’esistenza della sentient meat, del corpo, che continua ad esserci anche se in quella dimensione e invisibile e dall’altro, dal punto di vista del reale, rendersi conto una volta per tutte che la componente della virtualità è un elemento sempre più forte della società contemporanea, e pensare luddisticamente di escluderla, dimenticarla o sottovalutarla – in qualunque campo si operi – è utopia pura.

 

 

 

 

NOTE / CREDITS

Le riflessioni contenute in questo post sono la rielaborazione
– fatta anche sulla base di esperienze e vicende personali
(che se non infilo sempre un po’ di cose egoriferite poi sembra brutto)
–  di una serie di conversazioni
e discussioni casuali intorno alle tematiche trattate
avute negli ultimi tre mesi con una decina di amici e conoscenti di età, provenienza geografica e collocazione sociale diversa.
Una specie di conricerca involontaria.
Grazie a tutti.

E grazie anche a Rust Cohle, per essere il personaggio più bello delle serie TV degli ultimi anni,
a Nickì Pizzolatto per averlo creato, a Spike Jonze per “Her” e a Florian Henckel per “Le vite degli altri“.

Due dita in gola # 4 – Romanticizzare il disagio

(La rubrica riprende e continua da qui)

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Quando ero adolescente Gabriele Muccino faceva ancora film decenti o forse era il mio essere adolescente a farmi sembrare decenti i film di Muccino. Vidi per la prima volta Come te Nessuno Mai con due amichette delle medie e fu il mio primo impatto – all’acqua di rose, ça va sans dire – con il mondo di movimenti studenteschi ed occupazioni: avevo undici anni, vivevo in un paesino di provincia di duemila abitanti in cui non succedeva mai nulla, e quel mondo di cui anni dopo avrei fatto parte mi sembrava dinamico, stimolante, entusiasmante, l’esatto opposto della mia esistenza. Un’altra cosa che di quel film mi colpì fu una citazione di Pirandello che il protagonista, interpretato da un Silvio Muccino che non si era ancora dato alla regia e alla scrittura a cazzo di cane, aveva scritto sulla porta della sua stanza.

La pazzia è una forma di normalità

All’epoca non avevo ancora contratto la vaga allergia un po’ punk alle citazioni  da cui sono parzialmente affetta ancora oggi e quindi riscrissi questa frase un po’ dappertutto: sulla porta della mia stanza, nei diari di scuola…Se avessi potuto, forse, me la sarei scritta anche addosso. All’epoca non conoscevo la pazzia, il disagio psichico: sapevo di avere una prozia schizofrenica ma viveva fuori e non ci ho mai interagito direttamente, la stessa parola schizofrenia  era qualcosa di alieno, avrebbe potuto benissimo essere un sinonimo di diabete per quello che ne capivo. Credo, quindi, che la cosa che mi piaceva davvero di quella frase non fosse tanto la prospettiva sulla pazzia quanto, piuttosto, quella sulla normalità: rappresentava la consapevolezza dell’esistenza di una normalità alternativa a quella routine di provincia così triste, grigia ed opprimente in cui ero costretta, e in quegli anni, prima di scoprire Foucault e la biopolitica, l’idea di “normale” era ancora qualcosa di centrale ed importante nella mia vita di undicenne. Iniziai a riflettere su quella storia e la pazzia iniziò a sembrarmi una cosa fighissima, una via d’uscita facile dalla routine.

Al liceo imparai a conoscere Sylvia Plath, Artaud, Kurt Cobain, Ian Curtis, Jim Carroll, Sid Vicious, Debord, i personaggi di Pirandello, Byron e Anne Sexton, e poi la Farmer. Tutta gente disagiata e grandissima. C’erano anche i film tipo Ragazze Interrotte e roba del genere. La dimensione della follia mi faceva sembrare più interessante anche gente come Torquato Tasso. Studiare, in quegli anni, era un po’ come accumulare conferme del fatto che essere affetti in qualche misura da disagio psichico andasse di pari passo con l’essere geni, artisti, miti, speciali ed interessanti. La follia come contenitore del vero assoluto e i folli come visionari detentori di una sorta di rivelazione, profeti di un divino ateo, insomma. Non ho mai attraversato una fase emo o una fase dark, nè musicalmente, nè per quanto riguarda lo stile, ma mi affascinavano tutte le forme di disagio, persino i disturbi alimentari.

Poi sono cresciuta, mi sono iscritta a medicina e soprattutto mi sono ammalata – a volte il karma ha davvero un’ironia di merda. Ho iniziato ad interessarmi seriamente alla dimensione del disagio psichico e a scriverne e ho scoperto che c’è un sacco di gente, non solo adolescente, che la pensa come la pensavo io negli anni del liceo: la pazzia è una forma di normalità, genio e follia e stronzate del genere. Si, esatto, stronzate. Si, esatto, ho cambiato idea. Il problema delle visioni, purtroppo diffuse anche nei movimenti antipsichiatrici, che tendono a romanticizzare il disagio psichico è che tendono ad oggettivizzare e mitizzare l’idea della pazzia in sè dimenticandosi del disagiato come individuo e della sua sofferenza hic et nunc. Si dimentica che non tutti quelli che sono affetti da disturbi psichiatrici sono Sylvia Plath o Anne Sexton e che, anzi, al contrario, nella maggior parte dei casi, situazioni come la depressione o il disturbo bipolare uccidono la creatività potenziale inficiando la capacità di concentrazione. Teorie che negano l’esistenza del disagio psichico e sostengono che la follia non sia che un prodotto della tendenza della società a normare gli individui sono affascinanti ma pericolose perchè possono diventare deresponsabilizzanti o comunque spingere a sottovalutare l’aiuto di cui le persone sofferenti hanno bisogno nell’immediato. Allo stato attuale sono uscita dalla bulimia e adesso mi sento forte, figa e piena di energia ma nei miei momenti più neri considerazioni generiche come “Non sei tu, è l’idea di bellezza imposta dalla società ad essere sbagliata” non mi aiutavano. Mi intristivano, perchè non mi facevano vedere vie d’uscita. Mi hanno aiutata le storie di persone che ce la hanno fatta a venirne fuori e che hanno lottato giorno per giorno e passo dopo passo per uscirne, mi ha aiutata analizzare il mio disagio e parlarne, comunicarlo, decostruirlo, piuttosto che negarlo e ridurlo ad un prodotto della società capitalistico/consumistica and stuff.

Oggi, tre dei miei grandi amori artistici sono morti suicidi. David Foster Wallace, Ian Curtis, Elliot Smith. Adesso, però, l’unica cosa che provo rispetto al disagio che hanno vissuto e che li ha spinti al suicidio è una grossa pena umana, l’unica cosa che provo rispetto alle loro fini, al loro suicidio, è un grosso senso di vuoto, un grosso dispiacere per tutto quello che non hanno potuto fare, per tutta l’arte che non sono riusciti a lasciarci, magari anche un po’ egoisticamente. Non fascino, non più.

«Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale»

«John, smettila di tentare di imbucarti da noi. Stai diventando ridicolo. L’abbiamo capito che da te è noioso, Kennedy parla solo della bocca di Marylin…Scusa, tesoro…Giulio Cesare è pazzo e non riesce ad imparare l’inglese, ma non puoi stare da noi. Non puoi»
«Ma tecnicamente, ho fatto in modo che mi uccidesse attraverso le mie azioni, quindi è come se fosse un suicidio e…»«Si, ciao, John, fanculo.»

Piero ha trent’anni, fa lo scrittore e un quarto d’ora fa era nella sua stanza in affitto c0n il cordino della tenda intorno al collo. Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale. Lo dicevano in un film. La sua ragazza lo aveva costretto a guardarlo con lei solo perchè c’era Ryan Gosling un mese prima di lasciarlo per un sosia di Ryan Gosling. Si aspettava il buio, la fine della sofferenza, o al massimo il tunnel verso la luce di cui parlano sempre a Voyager e Mistero, e invece qualche minuto dopo aver smesso di respirare si è trovato di fronte a una porta di merda, legno marcio, vernice arancione scrostata. Pare che sia la stanza 218 ma non c’è nessuna targhetta laccata e metallizzata da albergo figo, solo un due, un uno e un otto scritti a pennarello, un Uni Posca fuxia, per essere precisi. Piero bussa, ma non gli apre nessuno ed è solo l’arrivo di un hippie di mezza età munito di chiavi a salvarlo dal restare in eterno in attesa sulla porta e precipitare in elucubrazioni eccessivamente fantasiose sull’esistenza di Inferni simil Danteschi racchiusi in una stanza e sulla sua condanna a restare per l’eternità di fronte a quella porta chiusa, in una specie di limbo per suicidi delimitato dall’area del tappeto sporco con la scritta WELCOME su cui tiene i piedi.

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«Shhhh»
«O….Okay»

Dentro c’è un sacco di gente, ma nessuno sembra fare caso a Piero. Si mettono tutti ad aggredire il vecchio hippie, John, lo chiamano così. Quando cacciano fuori John, Piero se ne sta in silenzio per un po’, ha paura che caccino via anche lui. Non pensava che la morte fosse così affollata. ROMPERE L’IMBARAZZO, ROMPERE L’IMBARAZZO, ROMPERE L’IMBARAZZO. Mantra. Il suo psicanalista, quando ancora poteva permettersene uno, gli diceva di ripetere mentalmente frasi del genere per darsi forza, per rassicurarsi.

«Ehm…Salve…permesso»
«E tu chi sei? Come sei arrivato qui?»
«Io…Ehm…So che non avrei dovuto ammazzarmi, che avrei dovuto lottare e…Cazzo. Una corda intorno al collo. Il cordino della tenda. Ci sono arrivato così, a meno che…Forse ieri sera mi sono addormentato leggendo Dylan Dog e questo è un sogno»
«Sei sicuro di non aver sbagliato stanza? Forse devi andare con quelli della droga…»
«Ma dove siamo?»
«Ci siamo ammazzati tutti. Pensavamo che fosse la fine delle sofferenze, buio completo, il nulla, nichilismo, o al massimo la reincarnazione in qualcuno più felice o in qualche animale e invece ci siamo ritrovati tutti qui. Io sono K, lui è I, loro due sono S ed M La biondina è J, poi ci sono G ed A, e D e…Insomma, un sacco di gente»
«Avete mai provato ad andarvene?»
«Te ne sei già pentito? Di solito succede dopo un mese o due chiuso qua dentro con noi…Comunque no, si può andare solo nelle altre stanze, e non te lo consiglio, fanno tutte schifo. La morte fa schifo. La vita invece com’è?»
«Credo di aver visto la sua faccia su una maglietta…»

Piero indica un tizio biondo tinto in mezzo al mucchio. Lo ha già visto da qualche parte. Ha già visto da qualche parte un sacco delle persone che ha di fronte, in effetti.

«Un film su di te. Anche su di te. E su di te. E qualche vostra frase su Facebook…Si, so che non sapete cos’è…Ah, d’accordo, ve lo hanno già spiegato…Anche tu sei su qualche t-shirt. Cioè, non la tua faccia, la copertina di un tuo disco e…»

Li guarda tutti, li indica uno ad uno ed elenca ad ognuno di loro le citazioni postume che gli sono toccate in sorte. Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale.  Lui non è così famoso, non è così rilevante e non è un’artista. Ha sempre odiato anche definirsi scrittore. “Scrivo roba a caso”, diceva. Eppure adesso è lì, in mezzo a tutta quella gente che si intristisce progressivamente mentre lui procede con l’elenco.

«Cazzo. Vorrei ammazzarmi»
«Sei già morto, stronzo»
«Vaffanculo. Quando ero vivo almeno potevo lamentarmi e dire di voler morire. Adesso invece…»

Un suicidio elegante è comunque una merda.

(Nota dell’autrice ovvero me medesima: volevo scrivere un post serio sulla polemica tra Lana Del Rey e Frances Bean Cobain riguardo alla romanticizzazione del suicidio, poi invece mi è venuta fuori, totalmente di getto, questa cosa qui. Il post serio arriva nei prossimi giorni.

Il film con Gosling citato esiste davvero e si chiama Stay)