David Foster Wallace

The eternal darkness of the fucked-up mind

So che l’ultima volta avevo promesso che avrei aggiornato il blog in maniera regolare e so che poi non l’ho fatto, come tutte le altre volte in cui l’avevo promesso. Provo a raccontare perchè e a spiegarvi cosa mi è passato per la testa in tutto questo tempo, non per annoiarvi con i so-called cazzi miei neanche fossimo in un blog di msn dei primi anni ’00, quelli pieni di foto brutte e roba scritta in Comic Sans fuxia, quanto piuttosto per dare valore e mettere in pratica le cose che dico da più di tre anni sulla condivisione dell’autonarrazione come forma di resistenza, che la me stessa di allora era più saggia della me stessa di adesso e quindi forse è meglio starla a sentire.

La verità è che nel videogioco del mio cervello è arrivato il momento di affrontare il BigBoss, il mostro più cattivo di tutti: la depressione. Dire che la ho combattuta sarebbe una stronzata bella e buona, sarebbe ingannare me e voi, perchè combattere è un’altra cosa. Diciamo che sono rimasta inerme a soccombere agli eventi e a piangermi addosso per mesi senza riuscire a reagire, col risultato di sembrare e sentirmi più patetica di Sansa Stark in Game of Thrones prima che [spoiler] riuscisse a scappare via con Theon (e Sansa Stark è un personaggio che mi fa davvero schifo, per inciso). E soprattutto, col risultato di far arrabbiare terribilmente la me di qualche anno fa, quella che parlava di resistenza, quella forte, quella che nonostante tutti i problemi con il suo corpo era assolutamente sicura del suo cervello e del modo in cui il suo cervello si relazionava ai cervelli altrui, compresi cervelli molto interessanti.

Per un po’ ho provato a conviverci, ad accettare il fatto che il disagio fosse semplicemente un aspetto della mia vita, ma funziona un po’ come quando per fare il democratico ti ritrovi a dover accettare che i fascisti abbiano diritto di parola e poi succede che i fascisti prendono piede e tu hai sempre meno spazio e sempre più paura. La weirdness e la tristezza temporanea sono meravigliose ma la depressione è un’altra cosa, è un regime totalitario umorale che non lascia spazio a nient’altro. Ti fa credere di essere spiacevole, noioso, detestabile, sciocco, insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini, e ti convinci così tanto che le cose che pensi su di te siano una verità assoluta che inizi a credere che anche gli altri debbano necessariamente vederti nel modo in cui ti vedi tu e che quando ti dicono il contrario stiano mentendo solo per essere diplomatici e che vogliano passare del tempo a parlare con te solo perchè gli fai terribilmente pena e sei diventato la loro buona azione periodica. Inizi ad allontanarti da tutti in modo più o meno brusco e l’alienazione ti fa sentire ancora più spiacevole, noioso, detestabile, sciocco insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini.

La cosa peggiore è che quando trovi qualcuno così paziente da riuscire a starti ancora dietro non fai che parlargli di quanto stai male, da bravo stronzo egocentrico. Non ti importa dei problemi del qualcuno in questione, i tuoi saranno sempre peggiori. Gli racconti quanto stai male non per condividere ma per autocommiserarti, per sentirti dire che non sei una persona orribile, che quello che pensi non è vero eccetera eccetera salvo poi pensare che qualunque cosa ti venga detta è falsa, pietistica. Rovini tutto, rovini tutti e ti odi per questo, ti odi ancora di più.

Provi a ripeterti che ehi, è una cosa che condividi con un sacco di personaggi dei tuoi film e serie tv preferiti e poi ci sono Ian Curtis, David Foster Wallace, Elliot Smith e Sylvia Plath, per citarne solo quattro a caso. Con Wallace in particolare senti di condividere alcuni processi mentali: alcune circonvoluzioni dei tuoi pensieri ti sembrano avere lo stesso meccanismo delle note e delle sottonote di Infinite Jest. Te lo ripeti per darti forza. Ti dici che se il disagio che vivi fa venire fuori cose come Unknown Pleasures o Infinite Jest e se ci fanno dei film belli come Fuoco Fatuo di Malle e lo appioppano a personaggi qua e là magari anche tu puoi riuscire a sfruttare questo stare così male per sembrare una persona interessante e profonda, perchè pensi alle cose così tanto che hai iniziato a pensare pure un sacco di cose irrazionali e a queste cose irrazionali ti ci aggrappi, quando pensi che possano servire a farti sentire meglio. Peccato che quando poi ti rendi conto che le cose a cui ti eri aggrappato erano irrazionali finisci per stare peggio.

Non scrivi perchè quello che scrivi ti fa schifo, ti sembra terribile, patetico. Al massimo scrivi di cose che non riguardano te, nei periodi in cui stai un po’ meglio, provi a rendere la tua iperanaliticità un punto di forza ma non ci metti niente di veramente tuo in quella roba, e in ogni caso la rileggi a due giorni di distanza dalla pubblicazione e ti fa già schifo.

Come se ne esce? Non ne ho la minima idea, non so nemmeno se sia possibile uscirne e per quanto possa sembrare spaventoso da un lato e patetico dall’altro a salvarmi più volte dall’optare per una soluzione definitiva non è mai stata la voglia di vivere, quanto piuttosto la paura di morire. Ho deciso, però, di provare a lottare e di provare a collettivizzare la lotta, a trasformarla in una lotta politica. Deleuze diceva che «Ciò che implica tristezza, esprime un tiranno» e aveva ragione, vale anche per il totalitarismo psichico della depressione. Ancora una volta l’autonarrazione, la condivisione consapevole e non autocommiserativa farà resistenza. 

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Appunti per un discorso militante sui corpi (più due)

Il post con gli appunti per un discorso militante sui corpi lo trovate su Lavoro Culturale, è uscito una settimana fa e mi stava passando di mente di segnalarlo anche qui.

NOTA BENE: Se volete commentare, è meglio farlo sotto al post originario su LC, piuttosto che qui. Intanto vi beccate due suggestioni – una musicale e una letteraria – che integrano il post.

1)

Il rapporto è pressappoco quello che intercorre fra il coraggio e la guerra. La bellezza umana in questione è una bellezza di tipo particolare; si potrebbe definire bellezza cinetica. La sua forza e la sua attrattiva sono universali. Sesso o modelli culturali non c’entrano. C’entra, piuttosto, la riconciliazione degli esseri umani e il fatto di avere un corpo. Negli sport maschili non si parla mai di bellezza, di grazia o del corpo. I maschi possono professare il loro «amore» per gli sport ma è un amore che deve sempre improntato e applicato alla simbologia della guerra: eliminazione contro promozione, gerarchia di rango e livello, statistiche ossessive, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalista, uniformi, rumore di massa, striscioni, pugni battuti sul petto, facce dipinte, eccetera. Per motivi non del tutto chiari, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore.

(David Foster Wallace –  Federer come esperienza religiosa)

 

2) «Ho passato vent’anni ignorando di avere un corpo»

Due dita in gola # 4 – Romanticizzare il disagio

(La rubrica riprende e continua da qui)

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Quando ero adolescente Gabriele Muccino faceva ancora film decenti o forse era il mio essere adolescente a farmi sembrare decenti i film di Muccino. Vidi per la prima volta Come te Nessuno Mai con due amichette delle medie e fu il mio primo impatto – all’acqua di rose, ça va sans dire – con il mondo di movimenti studenteschi ed occupazioni: avevo undici anni, vivevo in un paesino di provincia di duemila abitanti in cui non succedeva mai nulla, e quel mondo di cui anni dopo avrei fatto parte mi sembrava dinamico, stimolante, entusiasmante, l’esatto opposto della mia esistenza. Un’altra cosa che di quel film mi colpì fu una citazione di Pirandello che il protagonista, interpretato da un Silvio Muccino che non si era ancora dato alla regia e alla scrittura a cazzo di cane, aveva scritto sulla porta della sua stanza.

La pazzia è una forma di normalità

All’epoca non avevo ancora contratto la vaga allergia un po’ punk alle citazioni  da cui sono parzialmente affetta ancora oggi e quindi riscrissi questa frase un po’ dappertutto: sulla porta della mia stanza, nei diari di scuola…Se avessi potuto, forse, me la sarei scritta anche addosso. All’epoca non conoscevo la pazzia, il disagio psichico: sapevo di avere una prozia schizofrenica ma viveva fuori e non ci ho mai interagito direttamente, la stessa parola schizofrenia  era qualcosa di alieno, avrebbe potuto benissimo essere un sinonimo di diabete per quello che ne capivo. Credo, quindi, che la cosa che mi piaceva davvero di quella frase non fosse tanto la prospettiva sulla pazzia quanto, piuttosto, quella sulla normalità: rappresentava la consapevolezza dell’esistenza di una normalità alternativa a quella routine di provincia così triste, grigia ed opprimente in cui ero costretta, e in quegli anni, prima di scoprire Foucault e la biopolitica, l’idea di “normale” era ancora qualcosa di centrale ed importante nella mia vita di undicenne. Iniziai a riflettere su quella storia e la pazzia iniziò a sembrarmi una cosa fighissima, una via d’uscita facile dalla routine.

Al liceo imparai a conoscere Sylvia Plath, Artaud, Kurt Cobain, Ian Curtis, Jim Carroll, Sid Vicious, Debord, i personaggi di Pirandello, Byron e Anne Sexton, e poi la Farmer. Tutta gente disagiata e grandissima. C’erano anche i film tipo Ragazze Interrotte e roba del genere. La dimensione della follia mi faceva sembrare più interessante anche gente come Torquato Tasso. Studiare, in quegli anni, era un po’ come accumulare conferme del fatto che essere affetti in qualche misura da disagio psichico andasse di pari passo con l’essere geni, artisti, miti, speciali ed interessanti. La follia come contenitore del vero assoluto e i folli come visionari detentori di una sorta di rivelazione, profeti di un divino ateo, insomma. Non ho mai attraversato una fase emo o una fase dark, nè musicalmente, nè per quanto riguarda lo stile, ma mi affascinavano tutte le forme di disagio, persino i disturbi alimentari.

Poi sono cresciuta, mi sono iscritta a medicina e soprattutto mi sono ammalata – a volte il karma ha davvero un’ironia di merda. Ho iniziato ad interessarmi seriamente alla dimensione del disagio psichico e a scriverne e ho scoperto che c’è un sacco di gente, non solo adolescente, che la pensa come la pensavo io negli anni del liceo: la pazzia è una forma di normalità, genio e follia e stronzate del genere. Si, esatto, stronzate. Si, esatto, ho cambiato idea. Il problema delle visioni, purtroppo diffuse anche nei movimenti antipsichiatrici, che tendono a romanticizzare il disagio psichico è che tendono ad oggettivizzare e mitizzare l’idea della pazzia in sè dimenticandosi del disagiato come individuo e della sua sofferenza hic et nunc. Si dimentica che non tutti quelli che sono affetti da disturbi psichiatrici sono Sylvia Plath o Anne Sexton e che, anzi, al contrario, nella maggior parte dei casi, situazioni come la depressione o il disturbo bipolare uccidono la creatività potenziale inficiando la capacità di concentrazione. Teorie che negano l’esistenza del disagio psichico e sostengono che la follia non sia che un prodotto della tendenza della società a normare gli individui sono affascinanti ma pericolose perchè possono diventare deresponsabilizzanti o comunque spingere a sottovalutare l’aiuto di cui le persone sofferenti hanno bisogno nell’immediato. Allo stato attuale sono uscita dalla bulimia e adesso mi sento forte, figa e piena di energia ma nei miei momenti più neri considerazioni generiche come “Non sei tu, è l’idea di bellezza imposta dalla società ad essere sbagliata” non mi aiutavano. Mi intristivano, perchè non mi facevano vedere vie d’uscita. Mi hanno aiutata le storie di persone che ce la hanno fatta a venirne fuori e che hanno lottato giorno per giorno e passo dopo passo per uscirne, mi ha aiutata analizzare il mio disagio e parlarne, comunicarlo, decostruirlo, piuttosto che negarlo e ridurlo ad un prodotto della società capitalistico/consumistica and stuff.

Oggi, tre dei miei grandi amori artistici sono morti suicidi. David Foster Wallace, Ian Curtis, Elliot Smith. Adesso, però, l’unica cosa che provo rispetto al disagio che hanno vissuto e che li ha spinti al suicidio è una grossa pena umana, l’unica cosa che provo rispetto alle loro fini, al loro suicidio, è un grosso senso di vuoto, un grosso dispiacere per tutto quello che non hanno potuto fare, per tutta l’arte che non sono riusciti a lasciarci, magari anche un po’ egoisticamente. Non fascino, non più.