due dita in gola

Due dita in gola #6 – Le rappresentazioni della cura

Parlare di “cura“, quando si parla di disturbi dell’alimentazione, o di disagio psichico in genere, è una cosa controversa e complicata, soprattutto quando si sperimentano tentativi, fallimenti e ricadute continue sulla propria pelle. Potrei trattare il tema dal punto di vista clinico, potrei soffermarmi ad interrogarmi una volta per tutte su uno dei leitmotiv di chi si occupa di psichiatria critica oggi, gli psicofarmaci, e il loro valore (o non valore) nella realtà dei processi di cura. Non lo farò, o almeno non oggi, non stavolta: non credo di essere ancora pronta a risolvere questo conflitto, non credo di averlo ancora superato, non sono abbastanza lucida. Potrei, di contro, scatenare conflitti tra me e me, sul senso generale dei discorsi sulla “cura”:  ha senso parlarne o sarebbe più onesto parlare di periodi più o meno lunghi di remissione, di miglioramenti temporanei di cui approfittare prima di precipitare di nuovo? E tornando al clinico, ha senso parlare di “cura” in psichiatria, o si può parlare sempre e solo di palliativi?

L’unica risposta che ho, non è una risposta medica. E’ una risposta militante: più che parlare di “cura”, a me piace parlare sempre di resistenza al disagio, mi piace pensare di avere una Kobane nel cervello. Mi piace parlare dei periodi di remissione e dei miglioramenti come periodi di rivolta gioiosa, di insurrezione, di creazione di un ordine mentale alternativo a quello imposto dai dispositivi della malattia.

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Poi, naturalmente, c’è la questione della collettivizzazione, che è una roba di cui ho sempre parlato su questo blog (e sul vecchio)  e in particolare attraverso questa cosa di Due dita in gola. La resistenza alla malattia è un atto politico e pertanto deve necessariamente essere un processo collettivo e anche questa autonarrazione, come chi segue questo blog da tempo probabilmente saprà, è un atto di collettivizzazione e di controinformazione, un manifesto in più atti discontinui che si può riassumere e condensare nei termini della necessità di prendere coscienza del fatto che il personale è politico e di prenderne coscienza talmente tanto da arrivare al passaggio successivo: l’interiorità psichica è politica. Nelle pratiche, purtroppo, sebbene del fatto che il personale è politico si parli più o meno da quarant’anni, il terreno è ancora accidentatissimo. Ma le resistenze sono accidentate. Sempre.

Le resistenze, poi, si fanno anche attraverso le decostruzioni delle narrazioni dominanti. Ad esempio c’è la retorica della cura come processo individuale, del trovare dentro di sè la forza, del vedere la propria bellezza interiore e tutta la roba motivazionale trita e ritrita che prima girava solo in libri spazzatura e nei talk-show e adesso straborda da qualsiasi buco del web. Ingenuamente, fino a qualche anno fa, mi limitavo a bollare queste rappresentazioni dei processi di cura come banalità criptoecumeniche, come qualunquismi applicati al disagio. A rifletterci bene, invece, si tratta di una vera e propria rappresentazione capitalistica della cura, un mix di stevejobsianesimo di nuovo corso e di vecchia narrazione del self-made-man all’americana. Gente che ne esce fuori da sola. Startupper del disagio.  Anzi, non ditelo a Matteo Renzi e alla sua banda, potrebbero inventarsi qualche stronzata per infliggere ulteriori tagli a quel poco di Sanità Pubblica che è rimasta.

Sul versante completamente opposto c’è Silver Linings Playbook (titolo come al solito tradotto di merda in Italia, “Il lato positivo”, ndr). E’ un filmetto godibile, Jennifer Lawrence ha vinto l’Oscar come Migliore Attrice, c’è Bradley Cooper, c’è Robert De Niro, e a caldo, a noi della frangia romantica dell’alterpsichiatria era pure piaciuto, perchè offriva una rappresentazione non clinicizzata della cura. Sembrava fighissimo e invece – a rifletterci a freddo, e nell’ottica della reinterpretazione militante dei processi di resistenza al disagio – anche le narrazioni di quel tipo sono sempre abbastanza controverse: dare l’idea di una relazione di coppia come forma terapeutica (o, peggio, di una relazione di tipo patriarcale come quella tra professore saggio ed alunna malata e declinazioni simili, tipica della retorica di molte fiction all’italiana), offre l’idea distorta di un processo di cura che può sconfinare in un processo di dipendenza emotiva da un altro singolo, che sia il partner, il professore, il padre, la madre e via discorrendo. In negativo, chiaramente, significa che l’abbandono da parte dell’altro, porta in maniera quasi inevitabile al ritorno alla malattia.

Si potrebbe pensare, naturalmente, che anche la collettivizzazione di cui parlo da tempo sia, per certi versi, un processo dipendente da altri. Tuttavia, molto banalmente, in questo caso non abbiamo un altro singolo e definito. In secondo luogo, decidere di collettivizzare il proprio disagio psichico ed inserire il proprio disagio psichico in una dimensione di condivisione vuol dire decidere di mettersi in gioco nel processo di resistenza, piuttosto che essere tirato fuori in maniera più o meno arbitraria da terzi definiti, quasi in una sorta di riproposizione psichica e personale del meccanismo politico della delega.

Chiaramente, pensare che la condivisione e la collettivizzazione siano da sole risolutive del disagio, è assurdo: come tutte le lotte politiche, anche quelle che si affrontano sul piano psicologico sono lunghe e difficili e come in tutte le lotte politiche, pensare di trovare un modus unico e corretto di pensare ed agire è pressochè impensabile. Iniziare però a ragionare su questi temi, soprattutto in un tempo storico in cui le politiche neoliberiste e la repressione incidono anche (e soprattutto) sulla nostra integrità psichica individuale e di conseguenza collettiva, è fondamentale.

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Due dita in gola #5 – Michela Marzano, Tara Lynn e la biopolitica

Qualcun* avrà pensato che avremmo apprezzato. Qualcun’altr* avrà addirittura apprezzato in prima persona.  Li sento senza averli mai sentiti.

«Non era quello che volevate? Capovolgere la società dell’immagine, creare nuovi canoni estetici. Non era quello che volevate, questa cosa delle modelle grasse?»

Questa cosa delle modelle grasse (per inciso, so che non si dice “grasse”, so che curvy sarebbe più politically correct, ma su questo blog dell’ipocrisia del politically correct se ne fa sempre a meno più che volentieri) è una notizia che spopolava un mese fa o giù di lì, quelle stronzate da colonna destra di Repubblica e affini. Tara Lynn è la più famosa, ma ce ne sono anche altre. Alcune sono finite addirittura sul calendario Pirelli e la notizia, nello specifico, era su quello. SDOGANATE LE DONNE CURVY! con tanto di foto di queste tizie e articoli lunghissimi su quanto tutto ciò avrebbe fatto bene alle ragazze con disturbi dell’alimentazione e alla loro autostima.

Non mi fa piacere. Non era quello che volevo. Quanto a fare bene alle ragazze con DCA e alla loro autostima, cazzate. Il punto è che Tara Lynn e le altre non sono meno irreali (e probabilmente anche non meno photoshoppate) del prototipo classico di modella da copertina di Vogue: nel mondo reale, una ragazza grassa che non abbia anche brufoli, cellulite e inestetismi vari, è un caso su mille, è molto fortunata. Tanto per chiarire, non sto dicendo che sono assolutamente contro le modelle grasse e che non dovrebbero esistere, sto dicendo che la narrazione mediatica “modella curvy = toccasana per le ragazze con DCA” è falsa e dannosa quanto il suo esatto opposto, se non di più (roba alla “Allora il mio problema non è essere grassa, sono proprio io ad essere sbagliata”, e risvolti potenziali addirittura peggiori, quanto a gravità, rispetto ai disturbi dell’alimentazione stessi).

Se da un lato c’è chi pensa, banalizzando, che basta la foto di una modella di novanta chili sul calendario Pirelli, comunque, dall’altro va anche peggio: ci sono Michela Marzano e socie che come unica soluzione propongono la criminalizzazione (si parla addirittura di carcere) delle blogger che parlano di anoressia e bulimia facendole passare per cose fighe o giù di lì (se la cosa dovesse passare e la signora Marzano + socie dovessero incappare in questo post, siccome sono sicura all’ottanta per cento che lo fraintenderanno, portatemi qualcosa da leggere in carcere, pls).

La signora Marzano è una docente di filosofia e dovrebbe conoscere Foucault e la biopolitica più di quanto non lo conosca io.  La signora Marzano, da quel che racconta, ha anche sofferto di disturbi del comportamento alimentare come la sottoscritta e come tante altre persone. Possibile che l’unica via d’uscita che riesca a concepire è quella di normare ulteriormente i corpi, di criminalizzare, di sorvegliare e punire – per restare su Foucault- quando invece, soprattutto quando si vivono percorsi del genere, diventa chiaro che l’unica via d’uscita collettiva possibile è liberare i corpi ed iniziare a viverli in maniera più consapevole? Io non ho iniziato a vomitare perchè ho letto blog di ragazze bulimiche o anoressiche che spiegavano quanto fossero fighe la bulimia o l’anoressia e soprattuto, se venissi a sapere che hanno arrestato (?) una blogger perchè ha scritto di sentirsi meglio dopo aver perso trenta chili mangiando e vomitando, non mi sentirei meglio. Mi sentirei peggio, mi sentirei addirittura spaventata, perchè in parte è quello che è successo anche a me, e raccontarlo, l’autonarrazione, è l’unica cosa che mi fa stare meglio. E l’autonarrazione DEVE essere necessariamente omnicomprensiva, non posso autocensurarmi e parlare solo di quanto faccia schifo la bulimia, devo necessariamente parlare anche della gente che mi diceva “Come stai bene, come sei dimagrita?” dopo i primi mesi passati a mangiare e vomitare sistematicamente. Non posso autocensurarmi, e non posso permettere che altri lo facciano.

Quanto alla signora Marzano & amiche, lo so che di questi tempi va di moda solo la criminalizzazione di tutto e tutti a cazzo di cane e che invece il welfare non lo caga più nessuno (o probabilmente non l’ha mai cagato nessuno), ma magari sarebbe stato più utile proporre finanziamenti ai CSM e ai consultori, campagne di supporto psicologico all’interno delle scuole superiori e roba del genere. E invece, come al solito, è tutta aria fritta.

Due dita in gola # 4 – Romanticizzare il disagio

(La rubrica riprende e continua da qui)

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Quando ero adolescente Gabriele Muccino faceva ancora film decenti o forse era il mio essere adolescente a farmi sembrare decenti i film di Muccino. Vidi per la prima volta Come te Nessuno Mai con due amichette delle medie e fu il mio primo impatto – all’acqua di rose, ça va sans dire – con il mondo di movimenti studenteschi ed occupazioni: avevo undici anni, vivevo in un paesino di provincia di duemila abitanti in cui non succedeva mai nulla, e quel mondo di cui anni dopo avrei fatto parte mi sembrava dinamico, stimolante, entusiasmante, l’esatto opposto della mia esistenza. Un’altra cosa che di quel film mi colpì fu una citazione di Pirandello che il protagonista, interpretato da un Silvio Muccino che non si era ancora dato alla regia e alla scrittura a cazzo di cane, aveva scritto sulla porta della sua stanza.

La pazzia è una forma di normalità

All’epoca non avevo ancora contratto la vaga allergia un po’ punk alle citazioni  da cui sono parzialmente affetta ancora oggi e quindi riscrissi questa frase un po’ dappertutto: sulla porta della mia stanza, nei diari di scuola…Se avessi potuto, forse, me la sarei scritta anche addosso. All’epoca non conoscevo la pazzia, il disagio psichico: sapevo di avere una prozia schizofrenica ma viveva fuori e non ci ho mai interagito direttamente, la stessa parola schizofrenia  era qualcosa di alieno, avrebbe potuto benissimo essere un sinonimo di diabete per quello che ne capivo. Credo, quindi, che la cosa che mi piaceva davvero di quella frase non fosse tanto la prospettiva sulla pazzia quanto, piuttosto, quella sulla normalità: rappresentava la consapevolezza dell’esistenza di una normalità alternativa a quella routine di provincia così triste, grigia ed opprimente in cui ero costretta, e in quegli anni, prima di scoprire Foucault e la biopolitica, l’idea di “normale” era ancora qualcosa di centrale ed importante nella mia vita di undicenne. Iniziai a riflettere su quella storia e la pazzia iniziò a sembrarmi una cosa fighissima, una via d’uscita facile dalla routine.

Al liceo imparai a conoscere Sylvia Plath, Artaud, Kurt Cobain, Ian Curtis, Jim Carroll, Sid Vicious, Debord, i personaggi di Pirandello, Byron e Anne Sexton, e poi la Farmer. Tutta gente disagiata e grandissima. C’erano anche i film tipo Ragazze Interrotte e roba del genere. La dimensione della follia mi faceva sembrare più interessante anche gente come Torquato Tasso. Studiare, in quegli anni, era un po’ come accumulare conferme del fatto che essere affetti in qualche misura da disagio psichico andasse di pari passo con l’essere geni, artisti, miti, speciali ed interessanti. La follia come contenitore del vero assoluto e i folli come visionari detentori di una sorta di rivelazione, profeti di un divino ateo, insomma. Non ho mai attraversato una fase emo o una fase dark, nè musicalmente, nè per quanto riguarda lo stile, ma mi affascinavano tutte le forme di disagio, persino i disturbi alimentari.

Poi sono cresciuta, mi sono iscritta a medicina e soprattutto mi sono ammalata – a volte il karma ha davvero un’ironia di merda. Ho iniziato ad interessarmi seriamente alla dimensione del disagio psichico e a scriverne e ho scoperto che c’è un sacco di gente, non solo adolescente, che la pensa come la pensavo io negli anni del liceo: la pazzia è una forma di normalità, genio e follia e stronzate del genere. Si, esatto, stronzate. Si, esatto, ho cambiato idea. Il problema delle visioni, purtroppo diffuse anche nei movimenti antipsichiatrici, che tendono a romanticizzare il disagio psichico è che tendono ad oggettivizzare e mitizzare l’idea della pazzia in sè dimenticandosi del disagiato come individuo e della sua sofferenza hic et nunc. Si dimentica che non tutti quelli che sono affetti da disturbi psichiatrici sono Sylvia Plath o Anne Sexton e che, anzi, al contrario, nella maggior parte dei casi, situazioni come la depressione o il disturbo bipolare uccidono la creatività potenziale inficiando la capacità di concentrazione. Teorie che negano l’esistenza del disagio psichico e sostengono che la follia non sia che un prodotto della tendenza della società a normare gli individui sono affascinanti ma pericolose perchè possono diventare deresponsabilizzanti o comunque spingere a sottovalutare l’aiuto di cui le persone sofferenti hanno bisogno nell’immediato. Allo stato attuale sono uscita dalla bulimia e adesso mi sento forte, figa e piena di energia ma nei miei momenti più neri considerazioni generiche come “Non sei tu, è l’idea di bellezza imposta dalla società ad essere sbagliata” non mi aiutavano. Mi intristivano, perchè non mi facevano vedere vie d’uscita. Mi hanno aiutata le storie di persone che ce la hanno fatta a venirne fuori e che hanno lottato giorno per giorno e passo dopo passo per uscirne, mi ha aiutata analizzare il mio disagio e parlarne, comunicarlo, decostruirlo, piuttosto che negarlo e ridurlo ad un prodotto della società capitalistico/consumistica and stuff.

Oggi, tre dei miei grandi amori artistici sono morti suicidi. David Foster Wallace, Ian Curtis, Elliot Smith. Adesso, però, l’unica cosa che provo rispetto al disagio che hanno vissuto e che li ha spinti al suicidio è una grossa pena umana, l’unica cosa che provo rispetto alle loro fini, al loro suicidio, è un grosso senso di vuoto, un grosso dispiacere per tutto quello che non hanno potuto fare, per tutta l’arte che non sono riusciti a lasciarci, magari anche un po’ egoisticamente. Non fascino, non più.