memoria collettiva

Imparare a vivere su Marte

Nei primi anni della mia adolescenza ero piuttosto confusa. Il genere di confusione che hai quando vieni da un paesino di duemila anime e sei catapultato in città per fare il liceo. Adesso quella città mi sembra angusta e provinciale e non soddisfa la mia fame insaziabile di stimoli ma all’epoca mi sembrava tutto, era come ritornare a respirare e vedere la luce dopo anni di reclusione.
Al paesino esistevano solo due luoghi di ritrovo: la sala giochi e l’oratorio. Nell’immaginario collettivo la sala giochi era il luogo di perdizione e l’oratorio era il ritrovo dei bravi figli di famiglia. Io li ho frequentati entrambi e non ho trovato la mia dimensione in nessuno dei due: il ribellismo provinciale a base di birra, bestemmie e dance anni ’90 – gli Eiffel 65 e Gigi D’Agostino su tutti – non faceva per me ma nemmeno le discussioni sui valori e i karaoke con gli 883 facevano per me. Avrei rivalutato in chiave ironico-nostalgica sia la dance anni ’90 che gli 883 molti anni dopo, ma allora avevo bisogno di certezze, di qualcosa in cui riconoscermi sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista delle relazioni umane. Avrei rivalutato anni dopo anche i dischi dei miei – Ivan Graziani, Battisti, Battiato, De Andrè, il jazz, Pino Daniele, Dalla – ma a tredici anni ero in piena fase di rottura e contestazione dell’autorità genitoriale e la roba che ascoltavano mi sembrava indistamente roba vecchia e noiosa e nient’altro. L’unica consapevolezza che avevo conquistato grazie a tutte quelle esperienze era relativa all’ipocrisia dell’immaginario collettivo del paesello e della divisione tra bravi ragazzi e cattivi ragazzi: ho bevuto le prime birre in sala giochi e ho fumato le prime canne all’oratorio. Parità, palla al centro.
Quanto a relazioni umane, non ricordo con particolare affetto o nostalgia nessuna delle persone con cui uscivo all’epoca. Sognavo amicizie simbiotiche, qualcuno con cui parlare dei libri che leggevo, qualcuno con cui poter vedere film e fare piani avventurosi e invece mi adattavo ai karaoke con gli 883 e alla dance anni ’90 per non restare sola. Provai addirittura a frequentare un corso di ballo latinoamericano per integrarmi, per diventare un po’ più simile alle persone che l’angustia del paesello mi costringeva a frequentare e non sentirmi più fuori luogo e sola. Naturalmente smisi dopo tre mesi: ero negata, non riuscivo a seguire i passi, avevo continuamente la testa altrove. Fanculo l’integrazione. Oggi probabilmente sono diventata più aperta nei confronti delle persone diverse da me, quelle che non hanno i miei stessi gusti, quelle che dividono il mondo in bravi ragazzi e cattivi ragazzi e quelle che dovunque siano nate hanno l’angustia da paesello permanente in testa, ma all’epoca non ci riuscivo: paradossalmente per imparare a stare bene dovunque si deve prima trovare un posto da chiamare casa e per stare bene nei panni di chiunque si devono prima trovare i propri. Ci si deve costruire un’identità per riuscire a distruggere il concetto di identità. E all’epoca l’identità non ce l’avevo ancora. 

Per tutti questi motivi iniziare il liceo fu come riprendere a respirare, ma ritrovarsi con tutto quell’ossigeno dopo anni di apnea mi mandò inevitabilmente in confusione: le persone che consideravo fighe, quelle di cui volevo terribilmente diventare amica, avevano uno stile a metà strada tra lo skate punk californiano e il grunge e ascoltavano cose come i NOFX e roba imprescindibile nella formazione dei giovani italoalternativi di quegli anni come i Punkreas, gli Shandon, gli Ska-P, le Bambole di Pezza e altra roba da Heavy Rotation su RockTV. Iniziai ad ascoltarli anche io, mi tinsi i capelli di rosa e iniziai ad indossare borchie e magliette con su scritto “LIVE FAST DIE YOUNG”. Non mi sentivo a mio agio, non mi piaceva tutta quella roba e non mi piacevo io, ma tentavo continuamente di autoconvincermi che mi piacesse perchè l’idea di macchiarmi dell’onta di essere una poser mi terrorizzava. Quelli su cui volevo fare colpo continuavano a guardarmi dall’alto in basso, io continuavo a sentirmi sola e fuori luogo nei miei stessi panni e gli anni dei NOFX furono una versione prolungata del corso di latinoamericano.

Avevo sedici anni quando cambiò tutto e quando iniziai a costruire la persona che sono adesso. Scoprii David Bowie per caso: all’epoca avevo mutuato da mia cugina più grande una vaga e temporanea passione per i Placebo e si dà il caso che questo signore di mezza età duettasse con Molko in Without You I’m Nothing. Ho cercato di capire chi fosse, lo ho scoperto e lo ho amato visceralmente anche se probabimente all’epoca non mi rendevo conto di quanto quella scoperta fosse life-defining, di quanto fosse importante, di quanto fosse potente. David Bowie mi ha dato un’identità insegnandomi che l’identità è un concetto mutevole, mi ha insegnato a vivere su Marte restando sulla terra, mi ha insegnato che si può trasformare il sentirsi costantemente fuoriluogo in qualcosa di meraviglioso. Dopo di lui e grazie a lui ho scoperto Nick Cave, Pj Harvey e Iggy Pop, ho scoperto i Bauhaus, ho scoperto i Joy Division grazie a Warzsawa, ho scoperto gli Smiths, ho scoperto che va bene anche quando non si hanno gli stessi gusti o quando i gusti cambiano nel tempo, ho scoperto il valore della differenza e della trasformazione, il potere dei margini, del continuo reinventarsi. Ho scoperto – oggi – che anche dalla sofferenza fisica, quella che arriva ad ucciderti, si può tirare fuori qualcosa di meraviglioso, qualcosa di bello come Blackstar. E continuerò a scoprire un sacco di cose, con Bowie come colonna sonora costante.

Grazie, DB, per avermi insegnato a vivere su Marte.