racconti

Giulia, l’amore e le rivolte

*Avevo scritto questa cosa per un concorso. Non la ho mai inviata, perchè quando la ho riletta subito dopo averla scritta mi faceva schifo, mi sembrava brutta, banale e priva di senso. Ora la ho ritrovata, la ho riletta e mi è sembrata meglio di come mi era sembrata allora, forse perchè non scrivo da troppo tempo. Ve la beccate qui.

(photo credits: lasemiretta.blogspot.com)

Giulia si è innamorata del concetto di rivolta a quindici anni, quando tutto era meraviglioso e pieno di possibilità e le occupazioni dei licei sembravano il preludio ad un mondo nuovo, ad un’utopia possibile, al trionfo della bellezza e della poesia sulla rovina e sul disagio. Più tardi, a diciotto anni, ha abbandonato la monomania e si è data al poliamore concettuale: si è innamorata anche del concetto di mitopoiesi, iniziando a dedicarsi anima e corpo alla costruzione e decostruzione di narrazioni e simbologie. La fase costruttiva di una relazione, quella piena di sogni, progetti per il futuro ed autoproiezioni di sé stessi e dell’oggetto d’amore in una felicità bidimensionale à la Walt Disney Original Movie, non è propria solo dell’amore tra esseri simili, tra due o più individui e i loro corpi, e Giulia, la rivolta e la mitopoiesi ne erano la prova tangibile. Ogni storia d’amore ha una colonna sonora, anche quelle brutte, anche quelle brevi, anche quelle che esistono solo in potenza, nell’immaginazione di uno degli amanti. Giulia e la rivolta hanno una colonna sonora costituita dalla continua reiterazione di un’unica canzone. Non è una di quelle scontate, non è il combat hip hop, il rap da sommossa che non le è mai piaciuto. Giulia ama, e quindi ha scelto una canzone d’amore. Oltretutto c’è un pezzo della canzone che ha scelto che dice «Io amo lei, non la realtà che le sta intorno», e le sembra un meraviglioso protomanifesto politico condensato in dieci parole, oltre che un mantra perfetto per superare i periodi di crisi relazionale, gli abbattimenti, i fallimenti, le rovine e le perdite d’entusiasmo che in effetti, da quando la storia è iniziata, sono stati piuttosto numerosi. Prima ci sono state le narrazioni tossiche, quelle sulle divisioni arbitrarie e sui giudizi di merito, sulle rivolte non violente che vanno bene, e quelle violente che invece vanno male e sono da punire, condannare, mettere in catene, in carcere, manganellare, stordire di lacrimogeni e uccidere, che hanno avuto lo stesso effetto che illazioni su tradimenti mai avvenuti avrebbero su una relazione tra individui, corpi umani, ma Giulia nonostante tutto ha continuato a cercare in sé stessa la forza, il coraggio e l’entusiasmo per percorrere qualsiasi spazio di lotta e d’amore le si presentasse di fronte, con la solita canzone sparata a palla dalle cuffie. Poi ci sono state le disillusioni, i fallimenti, le fragilità, i momenti in cui il terrore che l’utopia restasse sempre e solo utopia conquistava e bloccava, i sensi di colpa, i compagni che le dicevano che i sensi di colpa appartengono sono un retaggio da morale cattolico-borghese e quindi non sono adatti per la rivoluzione, i sensi di colpa per i sensi di colpa, la consapevolezza che le occupazioni dei licei non erano abbastanza. C’è stata la precarietà che contamina e schiaccia ogni relazione sottraendo tempo ed energia agli amori tra individui e a quelli tra individui ed idee più o meno astratte ed è strano, paradossale e controverso, perchè la lotta alla precarietà è una delle basi della relazione tra Giulia e la rivolta ma spesso è una lotta perdente e i bisogni insoddisfatti restano sempre di più di quelli realizzati. Da ragazzina credeva che le lotte fossero fatte di resistenze, adesso ha trent’anni sa perfettamente che si tratta di una canzone di resilienza. Rialzarsi quando si cade, rinconciliarsi con la rivolta nei momenti di buio. Con la stessa canzone d’amore sparata al massimo volume dalle cuffie. Io amo lei, non la realtà che le sta intorno

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Marta, Carlo e il reddito di base

– Una spiegazione “narrativa”, liberamente tratta da una storia vera, del perchè, secondo me, contro la violenza sulle donne e il femminicidio non servono campagne mediatiche e disegni di legge ma, piuttosto, il reddito di base, e del perchè anche questa lotta si connette a tutte le altre. Questa storia è opinabile da molti punti di vista e me ne rendo conto, ma è una storia vera e ho scelto di raccontarla senza troppe modifiche sostanziali.  –

Marta non è la Marta di cui ha parlato Matteo Renzi. L’unica cosa che Marta e Matteo Renzi hanno in comune è il legame con gli anni ’80. Adesso possiamo dare una risposta concreta ai dubbi di Raf, al suo “Cosa resterà di questi anni ’80?”: è rimasto molto, di quegli anni ’80. Qualcuno, pensando a Renzi e al refrain di yuppismo e Democrazia Cristiana della peggior specie,  direbbe che è rimasto il peggio,  ma Marta non sarebbe d’accordo perchè quello che le è rimasto degli anni ’80 è una figlia.

Marta ha scoperto di essere incinta mentre studiava all’università, mentre ballava, bella com’era, tra un disco di De Andrè, uno di Battisti e uno di Battiato. Ha deciso di tenere la bambina e qualche mese dopo averla data alla luce ha sposato Carlo, il suo fidanzato storico. Un anno dopo si è laureata in Psicologia.

Adesso Marta ha superato i quaranta, è sposata con Carlo da venticinque anni, hanno avuto un altro figlio. Ha lavorato per anni come assistente sociale, poi cinque anni fa hanno tagliato i fondi regionali per il progetto su cui lavorava e da allora si accontenta di lavoretti saltuari. Carlo invece è un dipendente statale. Il punto è che il matrimonio tra Carlo e Marta non funziona, l’amore è morto e a lei vivere di abitudine e lavori domestici per marito e figli non basta più, è frustrata, sconfitta e ha poca forza per provare a ricominciare e a rimettersi in gioco. Nel deserto coniugale degli ultimi dieci anni della vita di Carlo e Marta, paradossalmente i tradimenti reciproci sono stati gli unici momenti di vita, una sorta di defibrillazione, un tentativo violento di tirare fuori da una morte annunciata qualcosa di già morto. E sono stati dolorosi, perchè per Marta e Carlo, e per la realtà provinciale in cui si trovano a vivere, non è mai esistita alternativa alla coppia tradizionale, alla famiglia tradizionale, due cuori e una capanna: probabilmente le alternative non hanno nemmeno mai saputo immaginarle. La loro storia è diventata una versione più triste, più squallida e senza la Winslet e Di Caprio di Revolutionary Road, il film di Sam Mendes tratto dal libro di Richard Yates.

Carlo non perde occasione per far stare male Marta, per rinfacciarle il tradimento, più per il suo orgoglio da maschio alfa ferito che per amore, perchè amore per lei non ne prova più da tempo, non prova più amore per nessuno. Ha minacciato più volte di picchiarla. Di picchiarla davanti a tutti, ancora una volta per rimarcare il suo essere maschio alfa. Non lo ha mai fatto materialmente, ma la minaccia verbale è già abbastanza dolorosa.

«Scusa, Marta, perchè diamine non lo lasci se non vi amate più?»

Le sue amiche glielo hanno chiesto spesso. Le donne emancipate fanno così anche nei film: se una relazione va male divorziano. E’ la cosa più naturale a cui viene da pensare, nel 2014, la soluzione più semplice ed immediata, oltre che il commento più en vogue e scontato per commentare i casi di violenza sulle donne: perchè-non-lo-ha-lasciato.

Marta risponde che non lo lascia perchè se lo lasciasse non saprebbe come vivere, perchè i lavoretti non le danno abbastanza, e non ha nemmeno soldi per avvocati e affini, e non riesce ad immaginarsi una via d’uscita. Si potrebbe raccontare a Marta della solidarietà tra donne, si potrebbe aiutare Marta a reagire in qualche modo, a mettersi in gioco anche contro i suoi quarant’anni inoltrati, quasi cinquanta, ma è un processo lungo e complicato e nel frattempo lei subisce le minacce e Centri Antiviolenza e consultori chiudono, soprattutto in provincia. Probabilmente, per Marta, e per tante altre donne come Marta, col reddito di base sarebbe più facile uscire da matrimoni che diventano prigioni, sarebbe più facile reagire e lottare.

(nota: mentre leggevo questo articolo mi è capitato di leggere questo. Giocate a “trova le differenze“, anche voi)

«Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale»

«John, smettila di tentare di imbucarti da noi. Stai diventando ridicolo. L’abbiamo capito che da te è noioso, Kennedy parla solo della bocca di Marylin…Scusa, tesoro…Giulio Cesare è pazzo e non riesce ad imparare l’inglese, ma non puoi stare da noi. Non puoi»
«Ma tecnicamente, ho fatto in modo che mi uccidesse attraverso le mie azioni, quindi è come se fosse un suicidio e…»«Si, ciao, John, fanculo.»

Piero ha trent’anni, fa lo scrittore e un quarto d’ora fa era nella sua stanza in affitto c0n il cordino della tenda intorno al collo. Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale. Lo dicevano in un film. La sua ragazza lo aveva costretto a guardarlo con lei solo perchè c’era Ryan Gosling un mese prima di lasciarlo per un sosia di Ryan Gosling. Si aspettava il buio, la fine della sofferenza, o al massimo il tunnel verso la luce di cui parlano sempre a Voyager e Mistero, e invece qualche minuto dopo aver smesso di respirare si è trovato di fronte a una porta di merda, legno marcio, vernice arancione scrostata. Pare che sia la stanza 218 ma non c’è nessuna targhetta laccata e metallizzata da albergo figo, solo un due, un uno e un otto scritti a pennarello, un Uni Posca fuxia, per essere precisi. Piero bussa, ma non gli apre nessuno ed è solo l’arrivo di un hippie di mezza età munito di chiavi a salvarlo dal restare in eterno in attesa sulla porta e precipitare in elucubrazioni eccessivamente fantasiose sull’esistenza di Inferni simil Danteschi racchiusi in una stanza e sulla sua condanna a restare per l’eternità di fronte a quella porta chiusa, in una specie di limbo per suicidi delimitato dall’area del tappeto sporco con la scritta WELCOME su cui tiene i piedi.

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«Shhhh»
«O….Okay»

Dentro c’è un sacco di gente, ma nessuno sembra fare caso a Piero. Si mettono tutti ad aggredire il vecchio hippie, John, lo chiamano così. Quando cacciano fuori John, Piero se ne sta in silenzio per un po’, ha paura che caccino via anche lui. Non pensava che la morte fosse così affollata. ROMPERE L’IMBARAZZO, ROMPERE L’IMBARAZZO, ROMPERE L’IMBARAZZO. Mantra. Il suo psicanalista, quando ancora poteva permettersene uno, gli diceva di ripetere mentalmente frasi del genere per darsi forza, per rassicurarsi.

«Ehm…Salve…permesso»
«E tu chi sei? Come sei arrivato qui?»
«Io…Ehm…So che non avrei dovuto ammazzarmi, che avrei dovuto lottare e…Cazzo. Una corda intorno al collo. Il cordino della tenda. Ci sono arrivato così, a meno che…Forse ieri sera mi sono addormentato leggendo Dylan Dog e questo è un sogno»
«Sei sicuro di non aver sbagliato stanza? Forse devi andare con quelli della droga…»
«Ma dove siamo?»
«Ci siamo ammazzati tutti. Pensavamo che fosse la fine delle sofferenze, buio completo, il nulla, nichilismo, o al massimo la reincarnazione in qualcuno più felice o in qualche animale e invece ci siamo ritrovati tutti qui. Io sono K, lui è I, loro due sono S ed M La biondina è J, poi ci sono G ed A, e D e…Insomma, un sacco di gente»
«Avete mai provato ad andarvene?»
«Te ne sei già pentito? Di solito succede dopo un mese o due chiuso qua dentro con noi…Comunque no, si può andare solo nelle altre stanze, e non te lo consiglio, fanno tutte schifo. La morte fa schifo. La vita invece com’è?»
«Credo di aver visto la sua faccia su una maglietta…»

Piero indica un tizio biondo tinto in mezzo al mucchio. Lo ha già visto da qualche parte. Ha già visto da qualche parte un sacco delle persone che ha di fronte, in effetti.

«Un film su di te. Anche su di te. E su di te. E qualche vostra frase su Facebook…Si, so che non sapete cos’è…Ah, d’accordo, ve lo hanno già spiegato…Anche tu sei su qualche t-shirt. Cioè, non la tua faccia, la copertina di un tuo disco e…»

Li guarda tutti, li indica uno ad uno ed elenca ad ognuno di loro le citazioni postume che gli sono toccate in sorte. Un suicidio elegante è l’opera d’arte finale.  Lui non è così famoso, non è così rilevante e non è un’artista. Ha sempre odiato anche definirsi scrittore. “Scrivo roba a caso”, diceva. Eppure adesso è lì, in mezzo a tutta quella gente che si intristisce progressivamente mentre lui procede con l’elenco.

«Cazzo. Vorrei ammazzarmi»
«Sei già morto, stronzo»
«Vaffanculo. Quando ero vivo almeno potevo lamentarmi e dire di voler morire. Adesso invece…»

Un suicidio elegante è comunque una merda.

(Nota dell’autrice ovvero me medesima: volevo scrivere un post serio sulla polemica tra Lana Del Rey e Frances Bean Cobain riguardo alla romanticizzazione del suicidio, poi invece mi è venuta fuori, totalmente di getto, questa cosa qui. Il post serio arriva nei prossimi giorni.

Il film con Gosling citato esiste davvero e si chiama Stay)