resistenza

The eternal darkness of the fucked-up mind

So che l’ultima volta avevo promesso che avrei aggiornato il blog in maniera regolare e so che poi non l’ho fatto, come tutte le altre volte in cui l’avevo promesso. Provo a raccontare perchè e a spiegarvi cosa mi è passato per la testa in tutto questo tempo, non per annoiarvi con i so-called cazzi miei neanche fossimo in un blog di msn dei primi anni ’00, quelli pieni di foto brutte e roba scritta in Comic Sans fuxia, quanto piuttosto per dare valore e mettere in pratica le cose che dico da più di tre anni sulla condivisione dell’autonarrazione come forma di resistenza, che la me stessa di allora era più saggia della me stessa di adesso e quindi forse è meglio starla a sentire.

La verità è che nel videogioco del mio cervello è arrivato il momento di affrontare il BigBoss, il mostro più cattivo di tutti: la depressione. Dire che la ho combattuta sarebbe una stronzata bella e buona, sarebbe ingannare me e voi, perchè combattere è un’altra cosa. Diciamo che sono rimasta inerme a soccombere agli eventi e a piangermi addosso per mesi senza riuscire a reagire, col risultato di sembrare e sentirmi più patetica di Sansa Stark in Game of Thrones prima che [spoiler] riuscisse a scappare via con Theon (e Sansa Stark è un personaggio che mi fa davvero schifo, per inciso). E soprattutto, col risultato di far arrabbiare terribilmente la me di qualche anno fa, quella che parlava di resistenza, quella forte, quella che nonostante tutti i problemi con il suo corpo era assolutamente sicura del suo cervello e del modo in cui il suo cervello si relazionava ai cervelli altrui, compresi cervelli molto interessanti.

Per un po’ ho provato a conviverci, ad accettare il fatto che il disagio fosse semplicemente un aspetto della mia vita, ma funziona un po’ come quando per fare il democratico ti ritrovi a dover accettare che i fascisti abbiano diritto di parola e poi succede che i fascisti prendono piede e tu hai sempre meno spazio e sempre più paura. La weirdness e la tristezza temporanea sono meravigliose ma la depressione è un’altra cosa, è un regime totalitario umorale che non lascia spazio a nient’altro. Ti fa credere di essere spiacevole, noioso, detestabile, sciocco, insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini, e ti convinci così tanto che le cose che pensi su di te siano una verità assoluta che inizi a credere che anche gli altri debbano necessariamente vederti nel modo in cui ti vedi tu e che quando ti dicono il contrario stiano mentendo solo per essere diplomatici e che vogliano passare del tempo a parlare con te solo perchè gli fai terribilmente pena e sei diventato la loro buona azione periodica. Inizi ad allontanarti da tutti in modo più o meno brusco e l’alienazione ti fa sentire ancora più spiacevole, noioso, detestabile, sciocco insignificante e un sacco di altri aggettivi poco carini.

La cosa peggiore è che quando trovi qualcuno così paziente da riuscire a starti ancora dietro non fai che parlargli di quanto stai male, da bravo stronzo egocentrico. Non ti importa dei problemi del qualcuno in questione, i tuoi saranno sempre peggiori. Gli racconti quanto stai male non per condividere ma per autocommiserarti, per sentirti dire che non sei una persona orribile, che quello che pensi non è vero eccetera eccetera salvo poi pensare che qualunque cosa ti venga detta è falsa, pietistica. Rovini tutto, rovini tutti e ti odi per questo, ti odi ancora di più.

Provi a ripeterti che ehi, è una cosa che condividi con un sacco di personaggi dei tuoi film e serie tv preferiti e poi ci sono Ian Curtis, David Foster Wallace, Elliot Smith e Sylvia Plath, per citarne solo quattro a caso. Con Wallace in particolare senti di condividere alcuni processi mentali: alcune circonvoluzioni dei tuoi pensieri ti sembrano avere lo stesso meccanismo delle note e delle sottonote di Infinite Jest. Te lo ripeti per darti forza. Ti dici che se il disagio che vivi fa venire fuori cose come Unknown Pleasures o Infinite Jest e se ci fanno dei film belli come Fuoco Fatuo di Malle e lo appioppano a personaggi qua e là magari anche tu puoi riuscire a sfruttare questo stare così male per sembrare una persona interessante e profonda, perchè pensi alle cose così tanto che hai iniziato a pensare pure un sacco di cose irrazionali e a queste cose irrazionali ti ci aggrappi, quando pensi che possano servire a farti sentire meglio. Peccato che quando poi ti rendi conto che le cose a cui ti eri aggrappato erano irrazionali finisci per stare peggio.

Non scrivi perchè quello che scrivi ti fa schifo, ti sembra terribile, patetico. Al massimo scrivi di cose che non riguardano te, nei periodi in cui stai un po’ meglio, provi a rendere la tua iperanaliticità un punto di forza ma non ci metti niente di veramente tuo in quella roba, e in ogni caso la rileggi a due giorni di distanza dalla pubblicazione e ti fa già schifo.

Come se ne esce? Non ne ho la minima idea, non so nemmeno se sia possibile uscirne e per quanto possa sembrare spaventoso da un lato e patetico dall’altro a salvarmi più volte dall’optare per una soluzione definitiva non è mai stata la voglia di vivere, quanto piuttosto la paura di morire. Ho deciso, però, di provare a lottare e di provare a collettivizzare la lotta, a trasformarla in una lotta politica. Deleuze diceva che «Ciò che implica tristezza, esprime un tiranno» e aveva ragione, vale anche per il totalitarismo psichico della depressione. Ancora una volta l’autonarrazione, la condivisione consapevole e non autocommiserativa farà resistenza. 

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Due dita in gola #6 – Le rappresentazioni della cura

Parlare di “cura“, quando si parla di disturbi dell’alimentazione, o di disagio psichico in genere, è una cosa controversa e complicata, soprattutto quando si sperimentano tentativi, fallimenti e ricadute continue sulla propria pelle. Potrei trattare il tema dal punto di vista clinico, potrei soffermarmi ad interrogarmi una volta per tutte su uno dei leitmotiv di chi si occupa di psichiatria critica oggi, gli psicofarmaci, e il loro valore (o non valore) nella realtà dei processi di cura. Non lo farò, o almeno non oggi, non stavolta: non credo di essere ancora pronta a risolvere questo conflitto, non credo di averlo ancora superato, non sono abbastanza lucida. Potrei, di contro, scatenare conflitti tra me e me, sul senso generale dei discorsi sulla “cura”:  ha senso parlarne o sarebbe più onesto parlare di periodi più o meno lunghi di remissione, di miglioramenti temporanei di cui approfittare prima di precipitare di nuovo? E tornando al clinico, ha senso parlare di “cura” in psichiatria, o si può parlare sempre e solo di palliativi?

L’unica risposta che ho, non è una risposta medica. E’ una risposta militante: più che parlare di “cura”, a me piace parlare sempre di resistenza al disagio, mi piace pensare di avere una Kobane nel cervello. Mi piace parlare dei periodi di remissione e dei miglioramenti come periodi di rivolta gioiosa, di insurrezione, di creazione di un ordine mentale alternativo a quello imposto dai dispositivi della malattia.

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Poi, naturalmente, c’è la questione della collettivizzazione, che è una roba di cui ho sempre parlato su questo blog (e sul vecchio)  e in particolare attraverso questa cosa di Due dita in gola. La resistenza alla malattia è un atto politico e pertanto deve necessariamente essere un processo collettivo e anche questa autonarrazione, come chi segue questo blog da tempo probabilmente saprà, è un atto di collettivizzazione e di controinformazione, un manifesto in più atti discontinui che si può riassumere e condensare nei termini della necessità di prendere coscienza del fatto che il personale è politico e di prenderne coscienza talmente tanto da arrivare al passaggio successivo: l’interiorità psichica è politica. Nelle pratiche, purtroppo, sebbene del fatto che il personale è politico si parli più o meno da quarant’anni, il terreno è ancora accidentatissimo. Ma le resistenze sono accidentate. Sempre.

Le resistenze, poi, si fanno anche attraverso le decostruzioni delle narrazioni dominanti. Ad esempio c’è la retorica della cura come processo individuale, del trovare dentro di sè la forza, del vedere la propria bellezza interiore e tutta la roba motivazionale trita e ritrita che prima girava solo in libri spazzatura e nei talk-show e adesso straborda da qualsiasi buco del web. Ingenuamente, fino a qualche anno fa, mi limitavo a bollare queste rappresentazioni dei processi di cura come banalità criptoecumeniche, come qualunquismi applicati al disagio. A rifletterci bene, invece, si tratta di una vera e propria rappresentazione capitalistica della cura, un mix di stevejobsianesimo di nuovo corso e di vecchia narrazione del self-made-man all’americana. Gente che ne esce fuori da sola. Startupper del disagio.  Anzi, non ditelo a Matteo Renzi e alla sua banda, potrebbero inventarsi qualche stronzata per infliggere ulteriori tagli a quel poco di Sanità Pubblica che è rimasta.

Sul versante completamente opposto c’è Silver Linings Playbook (titolo come al solito tradotto di merda in Italia, “Il lato positivo”, ndr). E’ un filmetto godibile, Jennifer Lawrence ha vinto l’Oscar come Migliore Attrice, c’è Bradley Cooper, c’è Robert De Niro, e a caldo, a noi della frangia romantica dell’alterpsichiatria era pure piaciuto, perchè offriva una rappresentazione non clinicizzata della cura. Sembrava fighissimo e invece – a rifletterci a freddo, e nell’ottica della reinterpretazione militante dei processi di resistenza al disagio – anche le narrazioni di quel tipo sono sempre abbastanza controverse: dare l’idea di una relazione di coppia come forma terapeutica (o, peggio, di una relazione di tipo patriarcale come quella tra professore saggio ed alunna malata e declinazioni simili, tipica della retorica di molte fiction all’italiana), offre l’idea distorta di un processo di cura che può sconfinare in un processo di dipendenza emotiva da un altro singolo, che sia il partner, il professore, il padre, la madre e via discorrendo. In negativo, chiaramente, significa che l’abbandono da parte dell’altro, porta in maniera quasi inevitabile al ritorno alla malattia.

Si potrebbe pensare, naturalmente, che anche la collettivizzazione di cui parlo da tempo sia, per certi versi, un processo dipendente da altri. Tuttavia, molto banalmente, in questo caso non abbiamo un altro singolo e definito. In secondo luogo, decidere di collettivizzare il proprio disagio psichico ed inserire il proprio disagio psichico in una dimensione di condivisione vuol dire decidere di mettersi in gioco nel processo di resistenza, piuttosto che essere tirato fuori in maniera più o meno arbitraria da terzi definiti, quasi in una sorta di riproposizione psichica e personale del meccanismo politico della delega.

Chiaramente, pensare che la condivisione e la collettivizzazione siano da sole risolutive del disagio, è assurdo: come tutte le lotte politiche, anche quelle che si affrontano sul piano psicologico sono lunghe e difficili e come in tutte le lotte politiche, pensare di trovare un modus unico e corretto di pensare ed agire è pressochè impensabile. Iniziare però a ragionare su questi temi, soprattutto in un tempo storico in cui le politiche neoliberiste e la repressione incidono anche (e soprattutto) sulla nostra integrità psichica individuale e di conseguenza collettiva, è fondamentale.